«Il coraggio chi non ce l'ha non se lo può dare», scriveva Manzoni creando il più famoso anacoluto della storia letteraria italiana. Oggi è il presidente degli Stati Uniti che riconferma, ancora una volta, quanto sia corretto questo concetto. Ha fatto molto discutere, infatti, la presa di posizione di Barack Obama relativa alla costruzione di una moschea nei pressi di Ground Zero, per cui l'uomo più potente del mondo ha dichiarato di fronte alle massime comunità islamiche il suo generalizzato consenso ad un gesto che è stato subito interpretato dalle rappresentanze delle vittime del terribile attentato dell'11 settembre 2001 come una provocazione. Un evento come quello che ha cambiato la storia di un Paese, che ha per la prima volta colpito il territorio statunitense e che ha inaugurato la stagione della guerra asimmetrica che vede contrapposte le civiltà occidentali ad un substrato terroristico diffuso nei paesi musulmani, coltivato dal fondamentalismo, dall'estremismo e dall'odio e finanziato dai maggiori nemici del Paese della Libertà, non può e non deve essere preso sotto gamba. In gioco ci sono ruoli strategici mondiali, concetti fondanti dell'identità degli Usa e, non da ultimi, giochi interni di consensi e posizioni elettorali. Dopo l'uscita, che ora sembrerebbe quasi «non calcolata» in tutta la sua portata e che in realtà era sin dall'inizio pleonastica (essendo stata la costruzione della moschea già approvata dal comune di New York senza polemiche e senza necessità di prese di posizione ufficiali da parte della Casa Bianca), il Partito Repubblicano si trova di fronte ad una situazione ottimale in vista delle elezioni di metà mandato, che si terranno a novembre. Secondo un sondaggio che Ed Gillespie, ex presidente del partito repubblicano, ha rivelato durante un talk show di domenica scorsa, circa il 70% degli americani è contrario alla moschea e la popolarità di Obama è fortemente in calo, per questo ed altri fattori. Molto simpatico il commento di Ed Rollins, uno dei migliori strateghi del partito repubblicano, che ha etichettato la dichiarazione del presidente come l'affermazione «più stupida da quando il candidato alla Casa Bianca Michael Dukakis ha sostenuto che si poteva bruciare la bandiera». La moschea è chiaramente identificabile come argomento sensibile e se anche, intellettualmente, il presidente può avere ragione, «la gente che ha perso figli, fratelli, sorelle, padri non vuole sentir parlare di moschea a New York». Qui torniamo a parlare di coraggio: Obama infatti ha reagito al coro di accuse di essere lontano dal contatto con l'elettorato (mosse tra i primi dal deputato californiano Kevin McCarthy) e disconnesso dalla maggioranza degli americani (secondo il senatore texano John Cornyn) facendo una repentina marcia indietro. «Non ho giudicato - ha detto Obama - né giudicherò in futuro la saggezza di decidere di costruire o meno la moschea in quel luogo. Ho solo valutato in modo specifico i diritti che appartengono a tutte le persone e che risalgono ai nostri Padri fondatori», come riportato da Mariuccia Chiantaretto su Il Giornale del 17 agosto. E con tale dichiarazione, l'inquilino del 1600 di Pennsylvania Avenue, fa cadere il castello di carte relativo a possibili progetti di raffinata vision internazionale: se infatti l'idea di proporre un centro poli-religioso, simbolo di apertura, tolleranza e libertà religiosa proprio nella ferita aperta dell'America sarebbe potuto essere segnale di forza ed esempio virtuoso per tutti i Paesi che basano sull'intolleranza e la demonizzazione dell'Occidente la loro politica estera, l'estemporaneità della posizione e la facilità con cui è stata ritrattata svuotano di qualsiasi forza un segnale che avrebbe anche potuto rivelarsi positivo. Ma Obama in questo periodo non è particolarmente brillante: mentre l'Iran fa ciò che vuole in campo nucleare, in Iraq l'amministrazione di Washington sembra fare proclami non supportati dai fatti (il ritiro dei militari dato per certo nel 2011 e smorzato sulla Nbc dal generale David Petraeus, comandante delle truppe in loco), la crisi economica non è ancora superata mentre la riforma sanitaria si affaccia sulla scena come una spada di Damocle ed il presidente, ancora una volta, sembra più voler compiacere la sinistra italiana che il suo Paese, con dichiarazioni del tipo: «ottocentomila nuovi posti di lavoro entro il 2012 grazie alle energie pulite». Ma, forse, basterà ritrattare anche queste, in fondo il coraggio a corrente alternata piace ancora di più a chi piace farsi abbindolare. Condividi questo articolo      
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