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Numero 475
del 15/05/2012
La sfida dell'Iran all'Occidente PDF Stampa E-mail
! di Gerardo Cervone
cervone@ragionpolitica.it
  
giovedì 19 agosto 2010

Nel turbolento Golfo Persico si sta giocando l’ennesima delicata partita per le sorti degli equilibri internazionali che potrebbe incendiare l’intero Medioriente con ripercussioni inimmaginabili. A contendersi la partita, da una parte c’è l’Iran e le sue ambizioni di diventare una incontrastata potenza nucleare regionale, senza abbandonare le velleità sciite di assurgere a guida suprema di tutto il mondo mussulmano. Dall’altra a contrastare la preoccupante ascesa iraniana c’è la coalizione occidentale, ma anche altri Paesi tra cui molti arabi. La disputa negli ultimi mesi, alternando sporadici successi diplomatici a scarsi risultati sul terreno concreto, è entrata in una fase calda e decisiva in cui i contendenti hanno abbandonato le iniziali ambiguità e sono impegnati a fondo su più fronti, in un match senza esclusione di colpi. Ma cerchiamo di capire brevemente quali sono i fronti aperti e gli schieramenti in campo.

Sul terreno squisitamente diplomatico la questione si è arricchita di una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza (la quarta dedicata al nucleare iraniano). Il documento votato il 10 giugno (risoluzione 1929), dopo la riluttanza di Russia e Cina, ha parzialmente soddisfatto il fronte occidentale per aver condotto in porto gli sforzi degli statunitensi di imporre nuove sanzioni che impongono misure punitive contro Teheran, dirette principalmente ai Pasdaran e ai loro interessi economici. Sulla sponda opposta, Ahmadinejad ha invece ribattuto sulla risoluzione «..è senza valore, da buttare nel cestino delle immondizie come una salvietta sporca». Sul piano decisionale, anche se l’Iran non sospenderà l’arricchimento dell’uranio, come confermato da Ali Asghar Soltanieh (Ambasciatore iraniano presso l’Agenzia internazionale per l’energia atomica), registriamo sulla vicenda alcuni fatti nuovi, il parziale smarcamento di Russia e Cina che in passato avevano fatto da sponda al regime iraniano e l’acquisizione pro Iran della compromettente solidarietà da parte della Turchia, vecchio alleato degli USA e membro della NATO.

I comportamenti turchi alimentano nuove prese di posizione dell’amministrazione americana, gettando in continuo imbarazzo Washington, dopo che Erdogan si è distinto dissentendo dalle decisioni USA per ben due volte negli ultimi mesi: prima sull’assalto di Israele alla flottiglia a guida turca di attivisti filopalestinesi diretta a Gaza e fermata da Israele con il sanguinoso raid sulla Mavi Marmara (31 maggio) e a metà giugno proprio sul nuovo pacchetto di sanzioni contro Teheran. Addirittura il Financial Times, che cita un funzionario anonimo della Casa Bianca, rilancia l’ammonimento «se si possa avere fiducia in Ankara come alleato». Queste prese di posizione stanno incrinando i rapporti bilaterali USA-Turchia, fino a mettere in forte dubbio la ventilata fornitura di droni (aerei senza pilota) alle Forze Armate turche per monitorare e bombardare le basi del PKK nel Nord dell’Iraq.

Sotto il profilo politico-strategico è noto, non solo agli analisti internazionali, che in Medioriente è in atto un lungo confronto che vede contrapposti iraniani e israeliani. L’Iran, oltre ai reiterati attacchi verbali della sua dirigenza di voler annientare lo stato ebraico, attua piani di contrasto indiretti, mettendo sotto pressione i confini d’Israele, con l’aiuto degli alleati Siriani, dei fidatissimi Hezbollah libanesi e dei palestinesi di Hamas. Israele dal canto suo, preparandosi ad un inevitabile confronto diretto, si avvale nell’immediato del determinante e fondamentale contributo degli americani per assicurarsi un appoggio dei principali Paesi arabi del Golfo Persico (Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi, includendo anche Arabia Saudita e Giordania) che non vedono di buon occhio la svolta nucleare unilaterale iraniana e dubitano dello scisma estremista e conquistatore di Ahmadinejad.

Lo scenario sicuramente più preoccupante è quello dei segnali militari proveniente dalla regione del Golfo, poiché l’Iran lancia nuove sfide alla comunità internazionale. Parallelamente allo sviluppo del programma nucleare, gli iraniani proseguono l’accrescimento e l’ammodernamento dell’arsenale missilistico. In questo campo sono stati varati progetti per aumentare la gittata dei missili balistici, testando lo scorso anno due missili a lungo raggio: Shabab 3 e Sejil, con una gittata di 2.000 mila chilometri in grado di raggiungere Israele. Mentre il sistema difensivo nazionale iraniano a quote medie e basse, ha subito una battuta d’arresto prodotta dal congelamento della vendita dei missili russi S-300 (in grado di abbattere più aerei simultaneamente fino a 150 chilometri). Il Ministero della Difesa russo, in seguito alle sanzioni approvate dal Consiglio di Sicurezza, ha fatto sapere, tramite l’agenzia Interfax, di aver sospeso la fornitura del sistema missilistico antiaereo. Continua poi la fase delle minacce, il Generale Ali Shademani che guida il Dipartimento operativo dello stato maggiore delle forze armate iraniane, lo scorso 18 agosto, alla agenzia «Mehr», ha ammonito Israele e USA: «Abbiamo pronti tre piani in caso di aggressione al nostro Paese». «Come prima iniziativa assumeremo il pieno controllo dello Stretto di Hormuz». «Stiamo monitorando tutte le basi americane in Afghanistan e in Iraq e in caso di qualsiasi mossa contro l’Iran paralizzeremo le truppe che stazionano all’interno delle basi». Come terza rappresaglia ha evocato un possibile intervento contro lo Stato ebraico: “Israele è il cortile degli Stati Uniti e noi andremo lì a disturbare la pace e sanno che possiamo farlo”.

Gli USA, per mettere al riparo Israele, stanno trattando con gli alleati nel Golfo sulla costruzione di uno scudo antimissile. Una base radar è già operativa in Israele dal 2008, un’altra potrebbe essere costruita in un Paese arabo (probabilmente Kuwait) in modo da ottenere dai radar, in caso di lancio di missili iraniani, una attivazione dei missili antimissile SM-3 a bordo di incrociatori e cacciatorpediniere USA, dotati di sistema AEGIS. E’ intendimento poi degli israeliani, oltre al noto piano di attacco alle centrali nucleari iraniane con l’impiego della sua aviazione, portare il pericolo davanti alle coste dell’Iran, dislocando tre sommergibili nel Golfo Persico (Dolphin, Tekuma e Leviathan), dotati di missili cruise con testata nucleare. L’Iran ben conscio di non poter sopportare contestualmente l’urto massiccio di Israele e degli USA, cerca di mantenere calda l’apertura di altri fronti, fornendo e ammodernando la capacità missilistica di Libano e Siria, in modo da scompaginare la capacità di concentrazione delle forze aeree e missilistiche israeliane sui siti di arricchimento di uranio iraniani. Intanto sale la tensione nell’area e si preannuncia un autunno caldo nel Golfo Persico, a partire dal prossimo appuntamento del 22 agosto in cui l’Iran risponderà, secondo il Ministro della Difesa Vahidi, alle sanzioni dell’ONU che vietano l’esportazione di armi avanzate verso la Repubblica islamica, presentando una serie di progetti difensivi sbalorditivi.




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