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Numero 475
del 15/05/2012
Addio a Cossiga, grande patriota e uomo di Stato PDF Stampa E-mail
! di Francesco Natale
natale@ragionpolitica.it
  
sabato 21 agosto 2010

«Martedì 17 agosto 2010, alle 13.28, è deceduto il presidente emerito Francesco Cossiga». Le virgolette non sono messe a caso. Ci piace pensare che questo anonimo e freddo comunicato sarebbe stato tutto ciò che il defunto presidente avrebbe voluto sentir dire. In primo luogo perché era una persona dotata di un grande, caustico senso dell'umorismo, in secondo luogo perché fu un politico che non amò mai né la spettacolarizzazione né lo sciacallaggio post mortem.

La politica, per Francesco Cossiga, fu sempre una cosa seria, dalla quale egli riuscì - di questo siamo certi - a trarre il massimo divertimento. Divertimento inteso come passione, dedizione, capacità indiscussa di analisi critica e di comprensione profonda dei cambiamenti di fase. Tutto fuorché un passatempo, un hobby, un divertissmant dilettantistico. Fu testimone diretto di alcuni dei momenti più drammatici ed intensi della nostra storia repubblicana, dalla vittoria democristiana sul filo del rasoio nel 1948 all'omicidio di Aldo Moro, dall'affaire Gladio, epilogo della guerra con Giulio Andreotti, ai prodromi della tragica stagione del «manipulitismo».

Oggi, nel giorno che dovrebbe essere riservato al cordoglio e al lutto, non dubitiamo che egli non rinuncerebbe ad un'ultima, sardonica risata nel vedere la estenuata pantomima di quanti, ex nemici dichiarati in particolare, cercano maldestramente di «gettare il cappello» sulle sue spoglie e di prodursi in fantasiose esternazioni sulla sua presunta «eredità (politica!) segreta», sui misteri che questo sardo di ferro si è «sicuramente» portato nella tomba, il tutto congiunto alle canoniche frasi di circostanza, magari pronunciate a denti stretti, per le quali egli, in vita, dimostrò sempre scarsissimo apprezzamento. «Sono morto: ora state un po' zitti», titola Il Giornale. E questo pare sia il succo dell'ultimo messaggio che Cossiga ha trasmesso alle più alte cariche dello Stato. Anche in questo, una volta di più, non possiamo che riscoprire la verità di un vecchio brocardo: «E' l'uomo che fa lo stile».

E di stile il nostro presidente sassarese ne aveva da vendere: anche e soprattutto quando metteva mano al piccone, facendo tremare le stanze del potere, lui che fu eletto nel 1985 come «presidente notaio» per rivelarsi poi ben meno mite ed incline all'appeasment rispetto alle aspettative (dei colleghi di partito in primis). Fu lui il primo a ridisegnare in termini più dinamici e attivi il ruolo di presidente della Repubblica, arrivando addirittura, durante la stagione di Gladio, a presiedere personalmente le sessioni del Consiglio Superiore della Magistratura nelle quali qualche malandrino in toga ne chiedeva l'impeachment. «Voglio vederli in faccia, questi signori». Così si espresse allora. Che grinta! E che coraggio! Impensabili se riferiti al suo santimonioso successore.

Con Cossiga, nel bene o nel male, se ne va un'intera visione politica, se vecchia o attuale è presto per dirlo. Una visione ed una concezione di politica che, condivisibile o meno che fosse, resta comunque di altissimo profilo e di enorme spessore culturale. Eppure oggi, di fronte alla sfilza di titoli e titoloni di giornali e tg che parlano di «Kordoglio», di «Addio al picconatore» - come se cinquant'anni di vita politica attiva potessero essere ridotti ad un singolo, pur significativo, episodio - di «misteri irrisolti» e di quanto e come egli sia stato un «grande statista», forse, più modestamente, dovremmo semplicemente levarci il cappello e salutare compostamente la dipartita di un servitore dello Stato dotato di capacità non comuni, di un altissimo senso delle istituzioni senza che questo lo rendesse prigioniero e schiavo delle medesime, di un patriota che ebbe sempre cristianamente a cuore la salute della Repubblica e, prima ancora, dei cittadini che di quest'ultima sono l'ossatura imprescindibile. Dovremmo semplicemente dimostrare rispetto a Francesco Cossiga: un uomo per bene. Addio, presidente!




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