«Stiamo andando a casa, abbiamo vinto! E' finita! America, abbiamo portato la democrazia in Iraq. Vi amo, vi amo!». Non è ingiustificato l'entusiasmo di un soldato americano, della 4^ Brigata, 2^ Divisione, mentre saluta le telecamere al passaggio del confine con il Kuwait. Entro la fine della settimana, le ultime truppe combattenti Usa lasceranno l'Iraq. La loro guerra è finita. E' durata sette anni e mezzo ed è costata 4415 caduti. E, nonostante lo scetticismo ancora diffuso in tutti i media, non è affatto una guerra perduta.
Le ragioni dei critici e degli scettici sono solide, non si può negarlo. Non sono pochi i problemi irrisolti nel Paese mesopotamico, ora pienamente nelle mani del suo governo a Baghdad. Prima di tutto perché non c'è ancora un esecutivo a cinque mesi dalle elezioni. Nonostante i numerosi accordi, la scena politica irachena è ancora troppo frammentata per formare un governo di coalizione. Il Paese resta lacerato da sette anni di guerra civile a bassa intensità. Dove per «bassa intensità» non si intende affatto minor violenza, ma assenza di combattimenti su larga scala. Il conflitto fra iracheni, fra sciiti e sunniti e fra Al Qaeda e forze governative, a cui va aggiunta la persecuzione sistematica dei cristiani nelle regioni del Nord, ha provocato un numero di vittime che va dalle 97mila alle 106mila, a seconda delle stime formulate dal gruppo di studio indipendente Iraq Body Count. Sono morti che pesano sulle scelte politiche irachene e che tuttora impediscono di trovare una quadratura del cerchio per la formazione del nuovo esecutivo accettato da tutta la popolazione. Di questo vuoto di potere approfitta soprattutto Al Qaeda, che, dalla primavera scorsa, macina vittime ogni settimana. Cinquecento solo nel mese di luglio. Sono quasi tutti cittadini inermi, non soldati o poliziotti: su 500 vittime del terrorismo, ben 396 (quattro quinti del totale) sono civili. L'intento è quello di terrorizzare il popolo, non più quello di cacciare «l'infedele» o di cercare di rovesciare il governo, scopi ormai fuori dalla portata della rete terroristica di Bin Laden. Siccome la situazione è e resta critica, gli Usa manterranno in Iraq una forza di circa 50mila militari, in veste di consulenti delle forze locali, fino alla fine del 2011. E dopo il 2011 gli Usa hanno assicurato comunque al governo di Baghdad la difesa aerea e tutta l'assistenza di cui necessita per la protezione dei confini, soprattutto della frontiera orientale con l'Iran.
Di fronte a queste cifre è forte la tentazione di parlare di un «fallimento» della missione americana, dopo il rovesciamento del regime di Saddam Hussein nel 2003. Ma si tratterebbe di una semplificazione, che non tiene conto né della realtà dell'Iraq sotto Saddam Hussein, né degli effetti che sarebbero potuti scaturire dall'assenza di una coalizione internazionale a guida americana nell'Iraq post-Saddam.
Nel vecchio regime, fino al 2003, la guerra civile non era assente. Era addirittura istituzionalizzata. Un governo totalitario retto dal partito unico Baath, a guida sunnita, poteva legalmente perseguitare e uccidere sciiti e curdi, che assieme fanno la maggioranza schiacciante della popolazione. Gli sciiti sono stati massacrati nel marzo del 1991, subito dopo la Guerra del Golfo, quando erano insorti contro il regime sperando (invano) in una loro liberazione da parte della Coalizione. Il numero delle vittime di quella repressione va dalle 100mila alle 180mila, a seconda delle stime. In appena un mese (dal 1 marzo al 5 aprile 1991), il regime di Saddam provocò più morti rispetto al totale delle vittime di tutti e sette anni e mezzo di conflitto iracheno. Prima della repressione degli sciiti, la minoranza curda (accusata di collaborare con l'Iran, con cui Saddam Hussein era in guerra) ha subìto un vero e proprio genocidio dal 1986 al 1988. Le vittime furono circa 180mila. Nella campagna Anfal, per il loro sterminio, le truppe di Saddam ricorsero anche ai gas. Tanto che il braccio operativo di quella campagna (ora impiccato) si guadagnò il soprannome di «Alì il Chimico». Se a queste vittime si aggiunge la repressione del dissenso, altri episodi «minori», come il massacro dei negozianti che non si adeguavano alla politica del calmiere sui prezzi, l'eccidio degli oppositori politici, l'eliminazione fisica di tutti i rivali di Saddam e delle loro famiglie, arriviamo a una cifra di vittime del regime baathista che supera il milione. Sono cose fin troppo note per essere ricordate in dettaglio. Eppure sembra che spariscano del tutto dalla memoria collettiva, quando si sente dire, spesso, troppo spesso, che «prima dell'invasione del 2003, l'Iraq era un Paese stabile».
La seconda cosa che si dimentica, quando si parla di «fallimento» della missione americana è: quali sarebbero stati gli effetti di una vera sconfitta nella gestione dell'Iraq post-Saddam. Quel che si temeva, nel 2003, era una guerra civile aperta, non a bassa intensità. Dunque, la divisione su linee etniche e religiose dell'esercito iracheno e la nascita di tre autorità indipendenti, una curda, una sunnita e l'altra sciita, pronte a dichiararsi guerra fra loro. Meno probabile, ma più preoccupante ancora, era il timore di una «talebanizzazione» dell'Iraq, con la presa del potere di un governo integralista islamico. Nessuna di queste ipotesi catastrofiste si è realizzata. Grazie soprattutto alla presenza delle forze della Coalizione a guida americana. Se ora queste truppe possono permettersi di ritirarsi, in pace e non inseguite da un nemico che incalza, è perché la guerra l'hanno vinta. Non l'hanno persa.
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