C'era una volta la destra, o meglio il Movimento Sociale Italiano, divenuto nel 1995, per volontà di Gianfranco Fini, Alleanza Nazionale, il partito della destra conservatrice italiana, libero dalla zavorra del passato fascista (e neo-fascista) e proiettato verso i lidi di un destra conservatrice e nazionale europea.
La destra italiana post missina, fondata e guidata fino al 2008 dall'attuale presidente della Camera, come tutti sappiamo si muoveva lungo un percorso tracciato già dai due segretari storici del Movimento Sociale Italiano, Arturo Michelini e Giorgio Almirante, che fecero (specialmente il primo, visti gli occasionali cedimenti alla retorica «antisistema» del secondo) dello storico partito neo-fascista un partito autenticamente nazional-conservatore, incline a presentarsi come autentico baluardo dell'Italia anticomunista contro una Dc percepita come arrendevole e incline al compromesso. Al Msi si deve riconoscere la primazia nel proporre il presidenzialismo, visto non già come riproposizione soft della dittatura, come sostennero i detrattori, ma come antidoto ad una partitocrazia immobilista che per decenni ha di fatto paralizzato la vita politica del paese.
Alleanza Nazionale, nel primo decennio di vita, si batté conseguentemente per la difesa delle radici cristiane dell'Europa, per riforme presidenzialiste, per contrastare l'immigrazione clandestina (legge Bossi-Fini) e per difendere l'identità nazionale. Proprio quando era chiaro l'emergere, con la fondazione del Pdl da parte di Berlusconi, di un partito conservatore di massa, cominciarono ad apparire le prime crepe, e l'identità politica dell'ultimo leader del Msi, delfino di Almirante e fondatore di An, subì una strana mutazione. Dalla fondazione nel 2008 del Pdl, primo partito di massa a rivendicare un'identità liberal-conservatrice, popolare e presidenzialista, si è coagulata una pattuglia di intellettuali e politici che hanno effettuato una vera e propria «inversione» del concetto di destra.
Ora la cosiddetta «destra moderna» non è più quella che difende l'identità e le tradizioni culturali e religiose nazionali pur essendo liberale e democratica. Ora la «vera destra» è divenuta multirazziale, laicista, libertaria, giovanilista e giustizialista. Ora la «destra moderna» deve staccarsi dalla cultura popolare per inseguire i salotti e deve, finalmente, dichiararsi adepta dell'ultima religione politica rimasta in Italia, l'»antiberlusconismo», vero culto negativo della personalità. La «destra moderna», non a caso, usa a profusione le parole «futuro» e «futurismo» e ha il volto di ex-radicali e persino di ex rautiani - la corrente minoritaria che all'interno del Msi difendeva posizioni «rivoluzionarie» anticapitaliste, ambientaliste e persino terzomondiste - che non disdegnano di flirtare con i più forcaioli ambienti della galassia Il Fatto Quotidiano/Micromega.
Il «finismo» è difficilmente spiegabile con fattori personali, come una qualche supposta forma di invidia nei confronti del premier, ma affonda molto probabilmente le radici in un antico male italiano, il massimalismo irresponsabile di alcuni ceti politici e intellettuali. La «destra moderna» che l'entourage finiano vorrebbe creare sembra finora un tipico prodotto intellettuale, non rispondente alle esigenze popolari e affetta da quella malattia che ha colpito la sinistra italiana dall'89 a oggi: l'«oltrismo». La sinistra postcomunista, infatti, dopo la Bolognina, non seppe perseguire un modello socialdemocratico europeo, approdo già preconizzato da un padre nobile del comunismo italiano come Giorgio Amendola in tempi non sospetti (metà anni '60), per perdersi alla ricerca di un modello ibrido, oscillante fra il cattocomunismo e il «partito radicale di massa», né socialista né liberale, né laico né cattolico, alla continua ricerca di formule altisonanti quanto vuote come l'«Ulivo mondiale» o di nuove icone esotiche come il «Kennedy nero» Obama.
Il problema della politica italiana è che l'«oltrismo», questo affannarsi a rincorrere continui superamenti di un reale e di un presente che mai si ha il coraggio di affrontare, ha contagiato anche una parte della destra, che evidentemente confonde modernità con moda culturale. Forse, a conti fatti, non è un semplice caso dettato da meri tatticismi politici il fatto che gli eredi del Pci e i seguaci di Fini si incontrino con le loro fondazioni.
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