Per la salvaguardia dei confini nazionali ognuno fa quello che può. Gli Stati Uniti, per esempio, dal 1994 hanno innalzato una vera e propria barriera lungo il confine con il Messico. La costruzione è frutto di un triplice progetto: il progetto «Gatekeeper», conosciuto anche come «Operacion Guardian» in California, il progetto «Hold-the-Line» in Texas ed il progetto «Safeguard» in Arizona. Si tratta di una vera e propria «muraglia cinese» fatta di lamiera metallica sagomata, lunga più di 3000 km e alta dai 2 ai 4 metri, presidiata da telecamere ed agenti di sicurezza. Recentemente, inoltre, il ministro della Sicurezza Nazionale Usa, Janet Napolitano, ha annunciato che dall’1 settembre, con l'impiego degli aerei senza pilota telecomandati da terra, il governo americano potrà rafforzare ulteriormente il controllo dal cielo di tutto il confine che separa gli Usa dal Messico. I droni aerei partiranno dalla base di Corpus Christi, Texas, e voleranno lungo tutta la frontiera meridionale americana (3200 km). Il 13 agosto scorso, il presidente Barack Obama ha varato una legge approvata dal Congresso grazie al quale gli Stati Uniti hanno investito 600 milioni di dollari sul fronte della salvaguardia dei propri confini meridionali, con l'assunzione di oltre 1.500 guardie di confine in più e l’ausilio complementare dei droni arerei. Molto meno famosa è invece la «barriera» a difesa dell’Europa. Si chiama Frontex, non è un muro ma è l’ Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea, istituita con il regolamento (CE) n. 2007/2004 del Consiglio del 26 ottobre 2004 (GU L 349 del 25.11.2004). Funziona poco e male e, invece di essere resa efficiente e utile allo scopo prefissato, secondo alcuni paesi del nord Europa andrebbe anche ridimensionata o addirittura soppressa. Secondo Muhammar Gheddafi, in visita nel nostro paese, l’Unione Europea dovrebbe aiutare economicamente la Libia per rendere ancora più efficace la lotta all’immigrazione clandestina ed evitare che le ondate di migranti africani diretti in Europa diventino una marea inarrestabile in grado di sommergere di tanti e diversi problemi il Vecchio Continente. Le parole del leader libico sono state prese a pretesto dalla sinistra nostrana per alzare un inutile polverone sul trattato italo-libico siglato lo scorso anno. A tal riguardo è giusto puntualizzare che nessuno può puntare polemicamente il dito sul rapporto tra il nostro paese e la Libia, perché la commissione europea ha già riconosciuto, ancor prima che fosse siglato il citato trattato nell’agosto dello scorso anno, l'importanza di sviluppare la collaborazione con la Libia per la gestione del problema dell'immigrazione clandestina in Europa, e ha già investito oltre 15 milioni di euro in progetti pilota in loco, nell’ ambito di un più ampio pacchetto d’interventi. Inoltre dal novembre 2008, come spiegato proprio oggi da fonti comunitarie, l'Unione europea sta trattando con la Libia per raggiungere un accordo quadro che riguardi il problema dei flussi migratori ma anche questioni commerciali e dell'energia. Infine tutte le azioni promosse dal governo italiano, in materia di rimpatri, sono in linea con le disposizioni comunitarie in materia (direttiva 2008/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 dicembre 2008). La verità è che a molti, osservatori interessati e semplici parolai, dà fastidio che al netto delle ultime richieste di Gheddafi all’Europa di mettere mano al portafoglio e in controtendenza rispetto alla lentezza che caratterizza l’azione comunitaria in materia di lotta alla clandestinità, l’Italia si sia già mossa attraverso il Trattato con Tripoli che, numeri alla mano, ha dato buoni frutti nel contrasto dell’immigrazione clandestina. Secondo i dati diffusi il 9 agosto scorso dal Ministero dell’Interno, gli sbarchi sulle coste italiane, nel loro complesso, sono diminuiti in un anno dell'88%. Per il campione concernente le isole di Lampedusa, Linosa e Lampione, si arriva a -98%. Siano dinanzi a numeri incontestabili che promuovono l’azione di questo governo nella lotta alla clandestina e alla tratta degli esseri umani I periodi raffrontati sono quelli che vanno dal 1° agosto 2008 al 31 luglio 2009 e dal 1° agosto 2009 al 31 luglio 2010. Gli sbarchi nel dettaglio: - sulle coste italiane (-88%): dal 1° agosto 2008 al 31 luglio 2009: 29.076; dal 1° agosto 2009 al 31 luglio 2010: 3.499; - su Lampedusa, Linosa e Lampione (-98%): dal 1° agosto 2008 al 31 luglio 2009: 20.655; dal 1° agosto 2009 al 31 luglio 2010: 403. Chi nell’agone politico critica quell’accordo e ne contesta gli effetti positivi, gridando contro i respingimenti, dovrebbe avere almeno il buongusto di fornire all’opinione pubblica una soluzione alternativa realistica per combattere l’immigrazione clandestina, senza scomodare la fantascienza o saccheggiare il libro dei sogni. Respingimenti, espulsioni, «barriere» sono strumenti utili nelle politiche di contrasto al fenomeno della clandestinità e la regolazione dei flussi in ingresso? Certamente hanno una loro funzione positiva perché rappresentano dei validi deterrenti che scoraggiano le partenze. Inoltre, è oramai un dato acquisito che lo strumento della cooperazione con i paesi di provenienza e transito degli immigrati è un mezzo molto utile nella dinamica della repressione del fenomeno. Tuttavia non possiamo considerare questi strumenti coma la panacea, poiché sono rivolti a stroncare o ridurre gli effetti e non la causa del problema. Per questo motivo va affrontata con coraggio e decisione proprio quest'ultima: la povertà di queste persone e la mancanza di opportunità nella terra natia. In questo quadro diventa fondamentale alimentare con razionalità e con progetti di lungo periodo la cooperazione allo sviluppo con i paesi di provenienza e transito degli immigrati, evitando che gli aiuti provenienti dal ricco Occidente finiscano in qualche buco nero, e fare in modo che servano realmente ad alimentare l’economia locale, creando così i presupposti per attrarre gli investitori stranieri. Condividi questo articolo      
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