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Numero 460
del 03/02/2012
La doppia faccia della politica economica europea PDF Stampa E-mail
! di Ilaria Bifarini
bifarini@ragionpolitica.it
  
martedì 31 agosto 2010

Giunge in questi giorni la confortante notizia della ripresa economica italiana che, meglio di altri Paesi, si difende dalla crisi, grazie a un sistema bancario prudente e al non indebitamento da parte delle famiglie, nonostante la spesa pubblica presenti livelli da tenere sotto controllo. E a quest’ultima voce ha fatto riferimento il presidente della Commissione europea Manuel Barroso nel suo monito a fare attenzione alle spese. La crisi internazionale impone a tutti dei sacrifici e se i casi di sprechi nella P.A. erano deprecabili già in periodo di boom economico, in questo momento diventano intollerabili. Ma mentre invoca austerità agli Stati membri, il presidente della Commissione europea chiede un aumento del 4,4% (passando da 8 a 8,3 miliardi di euro) per le spese necessarie a far funzionare i suoi uffici. Inoltre è al vaglio un riforma che prevede la creazione di una vera e propria diplomazia europea, un corpo diplomatico costituito da circa 8.000 dipendenti. Scelta paradossale, se si tiene conto che uno dei buchi neri dell’ordinamento europeo è proprio la mancanza di una politica estera.

Ma ciò che più desta clamore per l’evidenza e l’inutilità dello spreco è l’esistenza di una doppia sede per l’Europarlamento, una a Bruxelles, dove si svolge il lavoro di commissione e l’altra a Strasburgo, dove si svolgono le sessioni plenarie. Inutili le campagne sostenute sinora da quanti sostengono che la sede dovrebbe essere Bruxelles, di fatto la capitale d’Europa, dove si svolge gran parte dell’attività parlamentare e sede di Commissione e Consiglio. Con una media di 4 volte al mese i parlamentari europei devono lasciare Bruxelles e recarsi a Strasburgo per le sessioni plenarie, con un costo per il Parlamento di 200 milioni di euro solamente per i trasporti. Un’autentica transumanza con i tir che trasportano le carte, oltre a 3000 assistenti e portaborse dei 733 parlamentari, ognuno dei quali riceve un’indennità di missione (il cui minimo ammonta a 600 euro, mentre il massimo non ci è dato saperlo…) e una diaria (circa 270 euro al giorno). Per non parlare del danno ambientale in termini di emissioni di anidride carbonica legato al ripetuto e massiccio spostamento verso la cittadina francese che, peraltro, non ha rotte aeree dirette per le varie capitali europee.

Non sarebbe più comodo concentrare l’attività in un’unica sede, quella di Bruxelles appunto? La questione non sembra così facile, essendo stata di recente bocciata in aula persino la richiesta di unire due sedute a Strasburgo, con un conseguente risparmio di ben 17 milioni di euro. Ma d’altronde, si dice, il Trattato di Lisbona è chiaro e non prevede deroghe: il Parlamento deve avere due sedi, una per le commissioni e l’altra per le riunioni generali. Inoltre, sostengono i più anacronistici, Strasburgo rappresenta il simbolo del riavvicinamento di Francia e Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale. Chi è a favore della riunificazione poi deve scontrarsi con il meccanismo di votazione, che per queste decisioni contempla il diritto di veto da parte di ogni singolo stato. Facile quindi trovarsi contro l’opposizione francese, che dovrebbe provvedere a riqualificare l’enorme palazzo, il cui interno ospita 29 sale riunioni e 1000 uffici. Da un’onorevole nostrana, Amalia Sartori, la proposta di una soluzione: adibire la struttura alla Scuola di formazione per amministratori pubblici europei. La deputata del Pdl ha preso infatti la coraggiosa iniziativa di scrivere sulla questione direttamente al presidente francese. La risposta potrebbe arrivare all’apertura del Parlamento la prossima settimana. Quello che ci auguriamo è che dopo la casta non si venga a scoprire un’eurocasta.




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