L'alluvione del fiume Indo in Pakistan ha colpito direttamente e indirettamente 18 milioni di persone. I morti sono circa 1600, i feriti il doppio, gli altri sono profughi o dispersi. Un milione ha dovuto abbandonare le case soltanto negli ultimi due giorni. Il rischio di epidemie è crescente e si teme la loro diffusione alla quarta-sesta settimana dall'inizio dell'emergenza. Quindi l'allarme entrerà nel vivo la settimana prossima. Di fronte a questa emergenza, la più grave catastrofe naturale nella storia del Pakistan, il governo di Islamabad si è dimostrato assolutamente inadeguato. Non solo ha dimostrato di non aver reso sicure le aree a rischio alluvione (sono circa 10 milioni gli edifici distrutti), ma di non avere i mezzi per aiutare i profughi. Gli Usa sono stati i primi ad accorrere fornendo elicotteri, ponti prefabbricati, medicine e tutto il necessario per l'accoglienza dei profughi. L'equipaggiamento medico-sanitario e i materiali di costruzione dei campi per i rifugiati dipendono soprattutto dagli aiuti stranieri. E' di circa 815 milioni di dollari (stima Onu) l'ammontare totale del sostegno mondiale alla tragedia nel Pakistan.
Eppure l'Onu ha avuto più difficoltà del previsto nella raccolta fondi presso i Paesi membri. La settimana scorsa l'Onu aveva ricevuto solo 125 milioni dei 459 chiesti alla comunità internazionale. Secondo Maurizio Giuliano, il portavoce dell'Ufficio dell'Onu per il Coordinamento degli Affari Umanitari, il rischio concreto è quello della carestia; e l'organizzazione, ha detto Giuliano, si prepara a titolo precauzionale ad assistere vittime di malaria e colera. Le donazioni saranno destinate a tende da campo, cibo, acqua potabile, materiale sanitario. Il portavoce si diceva «ottimista» sul fatto che il Pakistan riceverà il resto degli aiuti richiesto (il 73% del totale), ma se così non fosse, sarebbe «in pericolo» la vita di molte persone. I fondi arrivano, insomma, ma con grande calma. Come mai? L'opinione più diffusa negli ambienti progressisti è la solita parola d'ordine: «islamofobia». Si pensa, insomma, che il Pakistan non venga aiutato dall'Occidente paranoico perché è un Paese musulmano.
Peccato che la realtà sia proprio il contrario. Mentre l'Occidente (e gli Stati Uniti per primi) sono stati prontissimi a fornire aiuti, dimostrando di non avere alcun pregiudizio, i pregiudizi restano molto forti e consolidati nelle autorità e nella società pakistana. Ad alluvione iniziata e con gli americani già presenti sul terreno, un sondaggio Pew rivelava che gli Usa fossero visti come un nemico dalla maggioranza della popolazione pakistana.
Non si tratta solo di pregiudizi, ma anche di discriminazione nell'uso e nella distribuzione degli aiuti. La denuncia è arrivata, la settimana scorsa, da Padre Mario Rodrigues delle Pontificie Opere Missionarie. Tramite l'Agenzia Fides ha dichiarato che le autorità pakistane perseverano nella politica di discriminazione nei confronti delle minoranze religiose. Infatti i membri delle minoranze religiose, cristiani, indù e sikh vengono regolarmente esclusi dagli aiuti governativi. Questi ultimi gruppi religiosi indiani sono trattati ancor peggio dei cristiani, non avendo associazioni umanitarie confessionali forti alle spalle. Gli aiuti poi che vengono dai paesi islamici sono indirizzati solo alla carità ai credenti nella religione di Maometto e non agli «infedeli».
Al pregiudizio e alla discriminazione si aggiunge il terrorismo talebano. La cui minaccia è sempre più esplicita e incombente. Lunedì scorso una scuola femminile nella provincia autonoma di Khyber è stata fatta esplodere. Il giorno prima era toccato a una moschea del Waziristan, dove i talebani hanno compiuto una strage di fedeli per poter uccidere un ex parlamentare considerato un «traditore». Anche perché aveva accettato aiuti stranieri. L'allarme diretto per gli operatori umanitari è iniziato alla fine della settimana scorsa. Un portavoce del movimento armato jihadista aveva dichiarato all'agenzia Asociated Press che i soccorritori stranieri sono «inaccettabili». Perché, a suo dire, gli Usa e gli altri Paesi presenti sul terreno non avrebbero alcuna intenzione di aiutare il popolo, ma nutrirebbero «altre non specificate intenzioni». «E quando diciamo che qualcosa per noi è inaccettabile lasciamo a ognuno la possibilità di trarre le proprie conclusioni», aveva concluso il portavoce.
Queste minacce sono una conferma dell'allarme lanciato ieri dagli Stati Uniti su possibili prossimi attacchi contro le operazioni di sostegno alla popolazione civile. Il direttore operativo locale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, Ahmed Farah Shadoul, già due giorni prima delle minacce talebane avvertiva che le operazioni in Baluchistan e nella provincia autonoma di Khyber-Pakthunkhwa sono già influenzate negativamente da necessarie misure di sicurezza: «Queste minacce - dichiarava Shadoul - significano che dobbiamo sia ridurre il livello di operatività, sia prendere maggiori misure di sicurezza. Il che vuol dire che si renderanno necessarie ancor più risorse». Secondo il generale pakistano Talat Masood, lo scopo dei Talebani del Pakistan è soprattutto quello di impedire che, con i loro aiuti milionari, i Paesi occidentali guadagnino popolarità nella società locale. Non è solo propaganda. Tre operatori umanitari sono stati uccisi nella valle di Swat nella notte tra il 24 e il 25 agosto scorsi.
Se il flusso di aiuti non è così rapido, dunque, è per motivi di sicurezza. E per paura che quei soldi e quei materiali finiscano male. Non certo per un pregiudizio religioso, tanto assente qui da noi, quanto diffuso (anche nelle forme più violente) in Pakistan.
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