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Numero 462
del 11/02/2012
Sull'economia strada in salita per Obama PDF Stampa E-mail
! di Cristiano Bosco
bosco@ragionpolitica.it
  
giovedì 02 settembre 2010

«It's the economy, stupid!». Con queste parole, in breve tempo entrate a far parte della storia e della cultura pop americana (e non solo), i media Usa descrissero la vittoria a sorpresa del candidato democratico Bill Clinton alle elezioni presidenziali del 1992 contro il presidente uscente George Bush. Il quale, apparentemente favorito da importanti traguardi ottenuti sul fronte della politica estera, quali la fine della Guerra Fredda o il successo della Guerra del Golfo, fu condannato dagli elettori per la situazione non eccellente dell'economia a stelle e strisce. Come insegna la storia recente della politica americana, dai trionfi di Reagan alla stessa conquista della Casa Bianca da parte di Obama nel 2008, avvenuta sull'onda della crisi finanziaria globale, è sempre l'economia a fare la differenza alle urne. Ed essa, come è facilmente prevedibile, risulterà essere il fattore determinante anche alle ormai imminenti elezioni mid-term del prossimo novembre.

Il Presidente Obama è consapevole di questa regola non scritta della politica d'Oltreoceano. Non a caso, negli ultimi tempi, è tornato ad affrontare l'argomento, al fine di rassicurare gli americani, non del tutto convinti dalla politica economica finora portata avanti dalla sua amministrazione. «L'economia americana è ancora in crescita, ma non cresce alla velocità che servirebbe», ha ammesso l'inquilino della Casa Bianca nel corso di un'intervista da lui concessa alla rete televisiva Nbc durante una sua visita alla città di New Orleans. «Purtroppo non esiste una bacchetta magica che risolva tutti i problemi», ha aggiunto il Presidente, di fatto dando ragione, seppur indirettamente, a chi nutriva dubbi sulle aspettative quasi messianiche createsi negli ultimi due anni attorno all'ex senatore dell'Illinois.

In prossimità del giro di boa del mandato presidenziale, gli effetti della crisi finanziaria globale ancora si fanno sentire negli Stati Uniti, e la situazione dell'economia Usa sembra tuttora lontana dai suoi giorni migliori. A inizio 2010, dopo un anno quasi interamente dedicato alla riforma del sistema sanitario, l'Amministrazione Obama, per bocca del Capo dello Staff Rahm Emanuel e dello stratega e consigliere speciale David Axelrod, era pronta ad occuparsi delle questioni economiche. «Dobbiamo continuare a lavorare ogni singolo giorno per far sì che la nostra economia si metta di nuovo in moto», dichiarò Obama, «e per molti americani, e per me, ciò significa più posti di lavoro». Qualcosa, però, dev'essere andato storto, se dopo circa sei mesi, in seguito ad ulteriori dibattiti sulla sanità, una riforma finanziaria e una poco entusiasmante risposta alla imprevista crisi del petrolio nel Golfo del Messico, il 67% degli americani ritiene che il Presidente non si sia concentrato abbastanza sulla creazione di posti di lavoro.

I numeri non sono entusiasmanti e la ripresa tarda a decollare. Ciò, ovviamente, danneggia non poco il Comandante in Capo e il partito di maggioranza, a quasi due mesi dalle elezioni per il rinnovo del Congresso che, come spesso accade, hanno buone probabilità di tradursi in un vero e proprio referendum sull'operato della Casa Bianca, con conseguenti possibili ribaltoni in sede di Camera e, anche se più improbabile, Senato. Secondo Gallup, al momento i Repubblicani, non ancora del tutto organizzati dal punto di vista partitico, ma straordinariamente uniti e compatti nell'opporsi alle politiche del governo, si troverebbero in un «vantaggio senza precedenti» nei sondaggi: se le elezioni dovessero tenersi oggi, il 51% degli intervistati voterebbe per un candidato al Congresso del Grand Old Party, mentre solo il 41% affiderebbe la preferenza a un Democratico. Un altro dato da non sottovalutare indica che a dichiararsi «entusiasta di andare al voto» è il 50% dei Repubblicani, a fronte del 25% dei Democratici. Come se ciò non bastasse, a dipingere un quadro preoccupante relativo alle sorti elettorali del partito del presidente, dal sondaggio emerge che gli americani pensano che i Repubblicani affronterebbero meglio determinate questioni rispetto ai Democratici, quali il terrorismo (55% contro 31%), la spesa federale (50% contro 35%), l'Afghanistan (45% contro 38%), i posti di lavori (46% contro 41%) e, infine, l'economia, con un significativo 49% contro 38%.

Con l'avvicinarsi di novembre, questi dati fanno suonare più di un campanello d'allarme negli uffici degli strateghi Democratici. E, mentre sui media che avevano sposato la causa obamiana impazzano articoli in cui ci si chiede «come siamo arrivati a questo punto?» (titolo di un'analisi di Nate Silver sul New York Times) e cosa sia successo al Presidente della speranza e del cambiamento, altrove non mancano i processi (e le condanne) alla linea della Casa Bianca e della maggioranza. Come ha fatto notare l'editorialista Michael Hirsch in un lungo commento sul magazine Newsweek, è ovvio che «difficilmente Obama può prendersi tutte le colpe per la sorprendente persistenza dell'alta disoccupazione e della lenta crescita». Al tempo stesso, ciò che colpisce gli osservatori e gli elettori è un certo disinteresse della sua amministrazione nei confronti di questo genere di problemi: «Per la maggior parte dei suoi 18 mesi in ufficio, sembra che Obama abbia sempre trovato altre cose su cui concentrarsi. Ha parlato di riforma finanziaria, ma il più delle volte di sfuggita, mentre cercava di risolvere altre priorità, come la sanità. Sembrava perfettamente disposto a lasciare la cosa ai suoi due fidati luogotenenti, Geithner e Summers, scelta che ha lasciato perplessi alcuni alleati Democratici, per i quali il Presidente non si accorge di avere un grosso fianco scoperto, su questo argomento».

Se, come affermato nei giorni scorsi, non esiste una bacchetta magica per risolvere velocemente i problemi dell'economia americana, è altrettanto vero che non esista un analogo rimedio per la crescente impopolarità e per le critiche rivolte alla politica economica della Casa Bianca. Ad oggi, come ha notato il Washington Post, non funziona più la giustificazione legata al piano di «stimolo» economico, dal momento che l'amministrazione aveva promesso una conseguente diminuzione della disoccupazione attorno all'8%, previsione poi non rispettata. Non funziona nemmeno più l'assai consumato espediente di dare la colpa al predecessore, George W. Bush, dopo circa due anni di governo, messaggio «negativo e che guarda indietro» per il quotidiano della capitale. E nemmeno funziona la richiesta di più tempo per sistemare le cose, parziale ammissione di incapacità.

È probabilmente troppo tardi, per il Presidente, per trasformare le elezioni di medio termine di novembre, da sconfitta annunciata, in un trionfo per i Democratici. Malumori per decisioni controverse, come ad esempio la riforma sanitaria, un po' di sfortuna con imprevisti quali la fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico, la straordinaria forza propulsiva mediatica e politica del Tea Party Movement, sono solo alcuni degli elementi che più hanno contribuito ad aumentare in maniera decisiva il tasso di impopolarità del governo e del presidente. Nulla, tuttavia, ha influito più dello stato di salute dell'economia americana. E Obama, per risollevare un pochino le proprie sorti, come nota Julian E. Zelizer sulla Cnn, dovrebbe poter contare su una grande e inattesa ripresa economica, come fu per Reagan, come fu per Clinton. Ancora una volta, a fare la differenza, è questo fattore. «It's the economy, stupid».




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