freccia_long
Numero 462
del 11/02/2012
Processo breve, processo giusto PDF Stampa E-mail
! di Francesco Natale
natale@ragionpolitica.it
  
giovedì 02 settembre 2010

Sarebbe davvero il caso di celebrare un funerale. Salma eccellente che dovremmo accingerci ad inumare con amareggiato rispetto è l'elementare senso critico. Perché pare davvero che quest'ultimo sia morto o, comunque, gravemente agonizzante. L'indigeribile malloppo di inaudite esternazioni prodotte da quanti, a vario titolo e vario schieramento politico, si oppongono all'introduzione della norma in materia di cosiddetto «processo breve» ne è lampante dimostrazione.

La ragione che muove lor signori non è la volontà di tutelare la legalità, non è l'interesse pubblico di tutti i cittadini, non è una, se non condivisibile comunque comprensibile, crisi di coscienza costituzionale cui possano seguire dubbi giuridicamente sostanziati. La ragione è una sola: fare cadere il governo Berlusconi con ogni mezzo, cancellarne il leader e riappropriarsi in maniera fraudolenta e sostanzialmente anticostituzionale del Palazzo dal quale i cittadini italiani li hanno cacciati a pedate. Un obiettivo trasversale che vede d'accordo, nonostante un Veltroni che ha vestito i panni di Cassandra, tutti gli avversari del Cavaliere. Nulla a che vedere con giustizia, legalità, Costituzione. L'importante è annientare con ogni mezzo possibile il grande avversario. Siccome non è stato possibile farlo attraverso legittime elezioni, siccome l'opposizione è totalmente inconsistente e demodepressa, come ben scrive Mario Giordano, non resta che ricorrere al patto luciferino che metta assieme diavolo e acqua santa, ovvero buttare nel calderone tutta la marmaglia a rischio di estinzione (anzi, certamente destinata ad estinguersi qualora questo governo arrivi a fine mandato) con lo scopo di fare macerie dell'esecutivo. Dopo si vedrà.

Ora, se questo approccio può pure essere compreso (e non ci vuole un Nobel in scienze politiche per capirlo), francamente ci siamo stufati di sentire quotidianamente la filastrocca in base alla quale l'opposizione ed il sabotaggio al processo breve sarebbero perpetrati «nell'interesse di tutti gli italiani». E' l'esatto contrario. Si tratta di un'operazione che risponde esclusivamente a fini politici e rigorosamente personali, quindi sostanzialmente ed inequivocabilmente in contrasto con il reale interesse pubblico.

Un ridimensionamento severo della tempistica giudiziaria è non solo necessario, ma doveroso. A riprova di questo ci sono le innumerevoli censure che l'Italia ha subito dalla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo per l'intollerabile e farraginoso dilungarsi dei tempi processuali nel nostro paese. Ma più ancora delle pur significative censure conta l'evidenza quotidiana di una realtà giudiziaria poco tollerabile in un paese civile. Ha perfettamente ragione Filippo Facci quando sostiene a Cominciamo Bene, programma di Rai 3 condotto da Michele Mirabella, che i più accaniti oppositori al processo breve sono soggetti che con la realtà spesso squallidamente kafkiana dei tribunali non hanno mai avuto a che fare. Non hanno pertanto alcuna percezione della realtà che milioni di cittadini si trovano costretti ad affrontare, del calvario giudiziario che subiscono e che spesso non arriva mai ad una fine. E non stiamo parlando di mafiosi, stupratori, pluriomicidi. Parliamo delle vittime di reati, in primo luogo, alle quali viene negato non solo l'elementare rispetto, ma anche un doveroso e congruo risarcimento in tempi accettabili. Parliamo di cittadini sospettati (è bene sottolinearlo se ancora crediamo alla presunzione di innocenza) di reati a bassissimo o nullo allarme sociale per i quali, vista magari la scarsa appetibilità mediatica delle ipotesi di reato contestate e la scarsa rilevanza del ruolo sociale o politico rivestito dall'indagato, dieci anni di processo sono lo standard.

A questo aggiungiamo il costo spaventoso in termini di spese legali che moltissimi cittadini devono sostenere. Acclarato che l'accesso al gratuito patrocinio è pressoché un diritto di carta, poiché con un reddito di poco superiore ai 10.000 euro annuali non si rientra più nei requisiti necessari per potersene avvalere, è facilissimo arrivare a spendere per un processo che si articoli su tre gradi di giudizio (12 anni la tempistica media) anche 50-100 mila euro. Chiediamoci: chi può permettersi un tale esborso? E qualora venga riconosciuta la non colpevolezza, chi rifonde il cittadino di una spesa alla luce dei fatti non giustificata? Nessuno. Certamente l'aspetto economico può essere considerato come una semplice nuisance per quei fortunati imprenditori, liberi professionisti, grandi dirigenti d'azienda, calciatori e piloti di Formula 1 che hanno (e meritatamente, nulla da dire) amplissime risorse a disposizione. Ma per il cittadino medio un processo decennale significa la rovina. E, ripetiamo, in caso di riconosciuta non colpevolezza, chi ne risponde? Basta davvero una pacca sulla spalla accompagnata dal «ci siamo sbagliati. Scusi.»?

Il provvedimento quindi contribuisce a compensare, almeno parzialmente, una grave sperequazione, in base alla quale allo stato attuale delle cose siamo di fronte ad una giustizia classista, non nei presupposti - questo non possiamo dirlo - ma negli esiti: il risultato comunque non cambia. Viene spontaneo chiedersi pertanto come sia possibile che il conservatorismo giudiziario manifestato da quanti contestano l'introduzione del processo breve, ovvero la totale indifferenza nei confronti della giustizia classista cui accennavamo poc'anzi, sia venduto come «tutela degli interessi dei cittadini». Siamo al paradosso. E' quindi evidente, dal punto di vista sostanziale, come il processo breve sia funzionale ad un progresso della nostra civiltà giuridica, poiché mira a tutelare un legittimo diritto soggettivo del cittadino: quello a non vedersi la vita sfasciata per un tutt'altro che infrequente errore giudiziario.

Ma, oltre che dal punto vista sostanziale, il processo breve rappresenta un passo avanti anche dal punto vista di etica giudiziaria: ridimensiona in termini più aderenti al diritto naturale (il quale dovrebbe rivestire, per ragioni etiche appunto, una notevole importanza anche in un sistema basato sul diritto positivo come il nostro) le aberrazioni prodotte dal principio di obbligatorietà dell'azione penale che, di fatto, si trasforma spesso e volentieri in arbitrarietà dell'azione penale, garantendo al pubblico ministero, certamente non per malafede del terzo potere dello Stato quanto più per smagliature e contraddizioni genetiche del sistema giudiziario, una prerogativa che non solo non trova spazio alcuno nella Costituzione o nelle leggi collegate, ma si concretizza addirittura in una prassi opposta al principio, in base alla quale per forza di cose il pm è «costretto» ad adottare un criterio discrezionale nell'iscrizione a registro delle innumerevoli notizie di reato di cui viene a conoscenza e che comportano l'obbligo a procedere d'ufficio. Il giustificato rigore che la normativa sul processo breve impone in termini di tempistica giudiziaria fornisce al riguardo una linea guida chiara e che poco si presta alla discrezionalità: l'ordine cronologico con cui vengono depositate le notizie di reato sarà l'unico criterio cogente per lo sviluppo di una eventuale fase dibattimentale. Questo indipendentemente dalle valutazioni personali del pm (che, pur essendo un professionista, è un uomo come tutti gli altri, quindi non immune da sviste ed errori) e indipendentemente dall'eccellenza o meno della persona indagata. Sotto questo aspetto il provvedimento contribuisce a semplificare il lavoro dei pubblici ministeri, i quali ora non dovranno più assumersi l'onere di valutazioni discrezionali spesso e comunque suscettibili di critica, ma saranno invece responsabilizzati nell'individuare tempestivamente le notizie di reato sostanziate da elementi probatori credibili espungendo quelle manifestatamente temerarie o fantasiose.

In conclusione, ritorniamo a quanto detto all'inizio: recuperiamo, se ancora ci è possibile, un elementare senso critico. Un senso critico che da parte di troppi interlocutori, gruppi di pressione, caste e controcaste è stato progressivamente anestetizzato. Il primo passo per farlo, a nostro giudizio, consiste nell'impedire a quanti sono realmente ed indubitabilmente portatori di interessi politici personali, in sostanziale contrasto con il reale interesse dei cittadini, di impadronirsi gramscianamente del significato delle parole. Qualche esempio? Pierluigi Bersani sostiene che «c'è bisogno di cambiare legge elettorale». No. Il Partito Democratico ha bisogno di cambiare legge elettorale, perché con quella attuale non vincerà mai. Ma l'assunto dogmatico che si cerca di spacciare all'ignaro cittadino è che esiste una necessità ontologica di cambiare legge elettorale «nell'interesse di tutti». Il leader del Pd dovrebbe spiegarci come il ritorno ad un vecchio sistema elettorale che implicherebbe in re ipsa la parcellizzazione del parlamento coincida con l'interesse reale dei cittadini. Cui prodest? Certamente non a Mario Rossi, Luisa Bianchi o Mauro Verdi. Sicuramente a Pierferdinando Casini, ad Antonio di Pietro, a Paolo Ferrero e compagnia cantante.

O ancora: «Le intercettazioni sono indispensabili per la lotta alla malavita organizzata, in particolare di stampo mafioso, quindi limitarne l'uso favorisce la criminalità» (il virgolettato attribuitelo un po' a chi vi pare. Calza per molti). No. Falsità marchiana. Pensiamo davvero che le organizzazioni criminali serie adottino sistemi di comunicazione così facilmente intercettabili quali i telefoni cellulari? Dai «pizzini» di Provenzano in avanti sappiamo benissimo che non è così. Quindi la difesa a spada tratta del Panopticon osannato da Italia dei Valori e da parte significativa dell'Associazione Nazionale Magistrati ha evidentemente altre motivazioni, che poco o punto centrano con la lotta alla mafia, la quale, se è vero che è un'associazione così potente e ramificata, certamente non si fa fregare consentendo ai propri affiliati di parlottare in videochiamata con l'ultimo modello di iPhone. Le intercettazioni, che riguardano circa 130.000 italiani, hanno quindi altro scopo. Ad esempio colpire la criminalità da «colletti bianchi», questo sì. Criminalità che nulla a che vedere con le associazioni mafiose. Più ancora servono a gettare fango nel ventilatore indipendentemente dalla sussistenza o meno di una notitia criminis. Rivestono quindi, e possiamo dirlo ormai senza tema di fare inorridire qualche animuccia bella, una funzione politica. Punto. Eppure, anche in questo caso, i soliti noti ci hanno spacciato come verità assoluta e non confutabile l'indispensabile ruolo che il Grande Fratello rivestirebbe nella lotta alla mafia.

Altro esempio: Casini sostiene che «è necessario pensare ad un governo di responsabilità nazionale nell'interesse di tutti i cittadini». No: per lui è necessario pensare ad un governo di responsabilità nazionale altro e diverso rispetto a quello, nazionale e responsabile, che già abbiamo grazie al voto del 2008. Perché è l'unico sistema grazie al quale egli potrebbe ipotizzare di tornare a rivestire un ruolo un po' meno marginale rispetto a quello cui le urne lo hanno relegato. Ambizione politicamente legittima, se pur discutibile, ma in che modo questa ambizione coincide con «l'interesse di tutti i cittadini»? Francamente fatichiamo a cogliere un nesso causale.

Questi fautori dell'«interesse generale» sono gli stessi che chiamano il processo breve «truffa», «amnistia mascherata», «legge ad personam», «delegittimazione della magistratura», bla bla bla... Ora, sulla base degli esempi concreti citati, quale credibilità possono avere siffatte affermazioni? Vogliamo davvero credere a quanti, con atteggiamento santimonioso e paternalista, ci parlano di difesa della Costituzione e delle prerogative della magistratura «nel nostro interesse»? Il nostro interesse si concretizza solo ed esclusivamente in una maggior rapidità processuale, nonché nel decremento delle spese giudiziarie che da essa consegue. Il resto è solo aria fritta. E pure in olio rancido...




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Commenti (1)
1. 05-09-2010 13:01
state facendo una guera giusta per tutti vi prego di non fermarvi ora il popolo ha bisogno di voi e di questo proceso giusto ci sono trope ingiustizie nei procesi andate avanti per salvare l`italiani dai artigli dei magistrati
Scritto da armena

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