Le università italiane crocefisse (o quasi) dai numeri. E' questo il quadro che emerge da due importanti indagini internazionali uscite più o meno in contemporanea e che testimoniano un ritardo nella competitività dei nostri atenei, frutto di storture accumulate nel corso dei decenni. Un ritardo superabile soltanto attraverso una vera e propria virata in direzione del talento e di una offerta formativa più calibrata sulle richieste che vengono dal mondo del lavoro.
Il primo di questi studi è il rapporto OCSE sull'istruzione. Le nostre università, fuori dai confini, sono quasi del tutto ignorate. Appena il 2% degli studenti stranieri che decide di proseguire il proprio percorso formativo all'estero, infatti, sceglie l'Italia come meta. Il motivo? Nel nostro Paese ci sono ancora pochissimi corsi in lingua inglese. Molto meglio, comunque, il nostro risultato di quello conseguito da Spagna (1,9%), Austria (1,6%), Cina (1,5%), Belgio (1,3%).
L'altro dato lo fornisce il World University Rankings, la classifica che dal 2004 stila la graduatoria qualitativa degli atenei del mondo. Ebbene, mentre al vertice si registra una clamorosa novità, cioè Harvard che per la prima volta cede il posto a Cambridge, bisogna scendere giù giù, al 176° posto, per trovare qualcosa di casa nostra: è l'ateneo di Bologna, che perde due posizioni rispetto al 2009. Ne guadagna 15, invece, la Sapienza di Roma, passata al 190° scalino. Una magra consolazione è data dal fatto che, tra le migliori 500 università al mondo, si aggiungono 2 atenei italiani.
Dunque, le nostre università non «tirano» all'estero. E non è un problema da poco, se consideriamo che ormai si parla sempre più di globalizzazione dei saperi e che, ovviamente, la competitività generazionale non va misurata in ambito interregionale, ma internazionale. La scala delle abilità va predisposta in un'ottica come minimo europea. E, di certo, se il nostro Paese viene «scartato» all'estero come meta di formazione, la strada della riforma va intrapresa con decisione. Ottimizzando le risorse, garantendo un percorso più professionalizzante ai ricercatori, e gestendo al meglio il ricambio generazionale dei docenti, attraverso un termine perentorio (previsto dalla riforma Gelmini) per il pensionamento. Così la qualità si alza.
Dall'OCSE è arrivato un monito, internazionale certo, ma che concerne noi più di altri: investire sul capitale umano. E' questo l'obiettivo della riforma Gelmini, che punta a superare la visione di un'università che, dal '68 ad oggi, è stata concepita soltanto come un semplice «terreno ulteriore» per dislocare il potere e applicare lottizzazioni politiche e culturali. Il discorso, alla fine, è sempre quello: il «mercato dei saperi» (che non è una brutta parola, ma indica una positiva apertura ad un confronto di competenze, abilità, aspettative, per raggiungere risultati concreti nella società) evidentemente non ammette le lobbies. autoreferenziali. L'hanno capito tutti. E chi ne fa parte, ovviamente fa finta di non averlo capito.
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