Medio Oriente. C'è qualche ragione per essere ottimisti e considerare questo nuovo tentativo di giungere a un accordo di pace diverso dai precedenti fallimenti. Il presidente dell'Autorità Palestinese (Anp) Abu Mazen (al secolo Mahmoud Abbas) ha stretto la mano al premier israeliano Benjamin Netanyahu, a Washington, sotto lo sguardo vigile del presidente Usa Barack Obama, vero promotore dei colloqui israelo-palestinesi. Lo fa in un contesto molto diverso rispetto al 13 settembre del 1993, quando, sempre a Washington, Yassir Arafat giunse a un primo accordo di pace (poi abortito) con l'allora premier israeliano Yitzhak Rabin.
Che differenze ci sono tra l'uno e l'altro processo di pace? Nel 1993 la Palestina aveva appena subìto una duplice sconfitta. Aveva perso l'Intifadah, scoppiata nel 1987, la prima guerriglia anti-israeliana nei territori contesi. Dopo quattro anni di conflitto quasi ininterrotto, le forze di sicurezza israeliane prevalsero sui gruppi armati dell'Olp. Il boicottaggio economico decretato da Arafat si ritorse, in gran parte, contro i palestinesi stessi, impoverendoli e privandoli della possibilità di cercare lavoro e fortuna nello Stato ebraico. La seconda sconfitta, che accelerò la conclusione dell'Intifadah, fu l'alleanza strategica di Arafat con Saddam Hussein nella crisi del Golfo. Quando l'Iraq perse la guerra, i palestinesi (che avevano partecipato attivamente all'occupazione del Kuwait) persero consensi in tutto il resto del mondo arabo. Fu questa duplice sconfitta a convincere Arafat ad accettare un accordo con il nemico di sempre. Tregua che poi si rivelò, alla luce dell'accordo abortito a Camp David sette anni dopo, solo un espediente per poter riorganizzare le forze e riprendere la lotta. La logica conclusione di questo primo processo di pace fu l'inizio della II Intifadah, ancora più brutale della prima, durata ininterrottamente dal 2000 al 2005, condotta con l'uso massiccio di terroristi suicidi, e spentasi gradualmente solo dopo la morte di Arafat.
La Palestina che si presenta oggi a Washington in questo nuovo round di colloqui è molto diversa da quella comandata da un Arafat sconfitto e desideroso di una rivincita. L'Anp di oggi è un Paese dimezzato da una guerra civile interna. La metà riconosciuta internazionalmente, la Cisgiordania sotto l'autorità del presidente Mahmoud Abbas e dal premier Salam Fayyad, ha tutto l'interesse a siglare un accordo con Israele. Per non essere sopraffatta dalla seconda metà della Palestina: la Gaza controllata da Hamas, bandita dalla comunità internazionale, ma sostenuta economicamente e militarmente dall'Iran e dalla Siria. Se la prima Palestina, quella di Abbas, riuscisse a raggiungere un accordo con Israele, otterrebbe quel riconoscimento internazionale che le serve per isolare Hamas. Se dovesse fallire la «road map» (il percorso diplomatico verso l'accordo) sarebbe invece un trionfo per il movimento islamista che minaccia di rovesciare Abbas anche in Cisgiordania, dopo averlo scacciato da Gaza. Non stupisce, infatti, come la polizia palestinese, alla vigilia dell'inizio dei colloqui, sia intervenuta immediatamente, effettuando centinaia di arresti, dopo l'attentato di Hamas contro cittadini israeliani nei pressi di Hebron: Abbas, contrariamente al suo predecessore Arafat, teme di più l'opposizione interna rispetto al nemico esterno.
La predisposizione del mondo arabo di oggi è invece molto simile a quella del 1993. Alla vigilia del primo processo di pace, nel 1991-'93, quel mondo era sconvolto dalla Guerra del Golfo, il più grande conflitto fra Paesi arabi, il primo della storia contemporanea in cui una coalizione guidata dall'Arabia Saudita, Paese di riferimento dell'Islam sunnita, aveva persino accettato l'alleanza con eserciti «infedeli» americani ed europei. Lo aveva fatto pur di sconfiggere una minaccia immediata, costituita da un regime arabo rivoluzionario quale quello di Saddam Hussein. E' solo grazie a questo sconvolgimento di tutti i valori di riferimento che i Paesi arabi avevano accettato, temporaneamente, un negoziato con Israele, con quel «corpo estraneo», laico e sionista, che fino a quel momento aveva unito contro di sé Paesi musulmani moderati e rivoluzionari, monarchici e repubblicani, sciiti e sunniti.
Il mondo arabo di oggi, come quello del 1993, è ugualmente sconvolto da una minaccia proveniente dall'interno del mondo musulmano: l'Iran. Un regime sciita, rivoluzionario, pronto a dotarsi di armi nucleari, percepito come un pericolo mortale da tutti i Paesi del Golfo, Arabia Saudita per prima. E' Ahmadinejad il nuovo Saddam Hussein del XXI secolo. Approfittiamo del terrore che semina per sperare in una pace nel Medio Oriente.
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