Il federalismo fiscale deve diventare la leva della competitività del Mezzogiorno. È la sfida ribadita dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, nel corso dell'ultimo vertice Ecofin. Un obiettivo ambizioso, che punta a far crescere l'area più debole del nostro Paese attraverso un processo di responsabilizzazione della sua classe dirigente. Dopo anni di devoluzioni è necessario sovrapporre al potere di spesa il potere fiscale, conferendo agli amministratori locali la responsabilità di individuare le risorse necessarie per gli interventi che intendono realizzare.
La ricetta del federalismo fiscale è tutta incentrata sul principio della trasparenza. Ogni amministrazione statale, regionale, provinciale e comunale risponderà delle proprie scelte anche in termini finanziari, non potendo più accampare con i propri elettori scusanti legate a tagli dal governo centrale. L'attuazione del fisco regionale, che proprio in queste settimane entra nel vivo della discussione politica, porterà all'obbligo per ogni governatore uscente di presentare un resoconto del bilancio regionale alla scadenza del suo mandato. La differenza tra le risorse gestite e la qualità dei servizi offerti dichiarerà da sola l'inadeguatezza del politico di turno. Un rigore che ha dato adito a preoccupazioni come quelle espresse di recente dalla Conferenza episcopale italiana. Apprensioni di cui tenere certamente conto, senza dimenticare però l'insegnamento di don Luigi Sturzo, padre del cattolicesimo liberale e strenuo propugnatore del federalismo italiano come unica medicina per il riscatto del nostro Meridione. Il sacerdote di Caltagirone intuì, prima di tanti, come il malaffare del Mezzogiorno nascesse proprio dalla distanza tra il territorio e il potere politico, tra tassati e rappresentanti. Per questo Sturzo propose un federalismo basato esattamente sul rigore della spesa che ogni Regione avrebbe dovuto gestire in funzione delle proprie risorse. Senza cadere in contraddizione con il principio della solidarietà, lo Sturzo politico capì che solo un decentramento vero, quindi tributario prima di tutto, avrebbe favorito lo sviluppo di un rapporto virtuoso tra elettori ed eletti e una più sana gestione del denaro pubblico.
Il rilancio del Sud attraverso il federalismo fiscale, dunque, non è un'invenzione di oggi. Certo, dopo decenni di assistenzialismo non sarà facile né immediato il risanamento. Ma il decentramento dei tributi aumenterà inevitabilmente il livello di attenzione dei cittadini sulle istituzioni periferiche e darà ai governatori capaci le leve per rendere più efficienti i bilanci delle Regioni.
A chi teme che la riforma imporrà uno scotto troppo alto al Mezzogiorno, vale la pena ricordare lo stato attuale in cui versa la gestione della sanità in quelle Regioni. E' fin troppo eloquente, infatti, rilevare come la differenza tra Nord e Sud si giochi tutta su una proporzione inversa tra spesa e qualità: dove più si spende, lì è più bassa la qualità dell'assistenza sanitaria. Non bisognerebbe dunque fermarsi a una semplice constatazione dei tagli delle strutture ospedaliere, troppo spesso sorte più in funzione delle clientele locali che dei bisogni del territorio. La gestione della sanità al Sud vive uno stato comatoso: è indispensabile una terapia d'urto, una defibrillazione in grado di scuotere definitivamente una macchina ormai allo sbando, dove la divaricazione tra chi amministra (Regione) e chi finanzia (Stato) ha finora reso vano ogni tentativo di cambiamento. Partendo da queste ragioni il federalismo può davvero essere non un mero strumento per far quadrare i conti, ma un volano di competitività, svincolando risorse dall'assistenzialismo a favore di uno sviluppo vero del territorio.
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