Da quasi 150 anni, ossia da quando si è affermata giuridicamente l'Unità d'Italia, si disquisisce attorno alla questione meridionale: già da allora si cominciò ad agitare lo spettro di un problema, quello del divario Nord-Sud, che si trascina ormai da tempo immemore, costituendo un enorme freno allo sviluppo del nostro sistema Paese sia dal punto di vista sociale che dal punto di vista economico.
La storia italiana, si sa, storicamente è sempre stata attraversata da guerre di Campanile, dalla contrapposizione di interessi che, alla lunga, hanno finito per far dominare le spinte centrifughe, a detrimento di un processo di piena maturazione di una coscienza unitaria, una coscienza nazionale che, se da una parte ha costituito l'«anima» del nostro Paese e della nostra identità, dall'altra non è riuscita ad esprimersi nelle membra di un «corpo» veramente unito, ma che al contrario si è sempre caratterizzato come duale. In questo contesto grandi responsabilità sono da attribuirsi allo Stato, che nel passato, invece di porsi, nei confronti dei cittadini, come «Stato chioccia», alimentando spese assistenziali senza limiti, avrebbe dovuto essere più presente sul territorio e più efficace sul fronte della lotta alla criminalità organizzata, le cui organizzazioni e diramazioni sul territorio hanno finito per esercitare un ruolo di supplenza nei confronti di un'autorità pubblica spesso assente, contribuendo a far dilagare un approccio culturale che non ha fatto altro che allargare la divaricazione tra Nord e Sud.
Una delle missioni di questo Governo è quella di creare le condizioni affinché lo Stivale possa ricominciare a correre, nel contesto mondiale, riducendo il gap strutturale che ha impedito al Mezzogiorno di far fruttare tutte le sue risorse e le sue specificità. Finalmente, dopo l'affermazione del federalismo amministrativo, che risale alla Riforma 1997, e dopo la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 - provvedimenti zoppi, poiché ampliarono le prerogative di Regioni ed Enti locali (creando anche conflitti di competenze tra di essi) senza, contestualmente, attribuire ai medesimi fiscalità proprie - la legge delega 42 del 2009 sul federalismo fiscale, con i suoi decreti attuativi, dà il via ad una fase nuova, che si propone di avviare un cambiamento culturale epocale, ossia di riformare lo Stato facendo leva sul principio di responsabilità di cui devono essere investite le realtà territoriali più vicine ai cittadini, secondo una dinamica di cambiamento che dovrà prendere forma dal basso e che rafforza lo spirito del comunitarismo. L'Esecutivo ha già varato 4 decreti attuativi della legge 42: quello sul federalismo demaniale, già definitivo, quello approvato dal Parlamento mercoledì su Roma Capitale, e poi quelli sui fabbisogni standard di Comuni, Province e Città metropolitane e sul federalismo fiscale municipale, già formulati in via preliminare e in attesa di cominciare l'iter di approvazione.
Tale riforma, nel complesso, si propone di coniugare il principio di responsabilità ed efficienza di spesa degli enti territoriali con quello di solidarietà e coesione sociale contro il dilagare delle rendite di posizione e del parassitismo. Sino ad ora il potere di spesa era suddiviso a metà tra Stato ed enti locali e questi ultimi potevano godere di entrate fiscali proprie inferiori al 18%, ricevendo dal centro le risorse mancanti. Non solo, il criterio per attribuire risorse agli enti locali era quello della spesa storica, che si fondava sul livello di spesa dell'anno precedente, e che finiva per premiare chi più creava disavanzi nei bilanci, moltiplicando così le spese inefficienti. Ora, con l'introduzione dei costi standard e con una maggiore sovrapposizione dei principi di responsabilità impositiva e di spesa (che prevede comunque il sostegno a quei territori con minore capacità fiscale per abitante), si afferma l'ineludibilità del principio di risanamento dei bilanci, con l'introduzione di sanzioni per quei soggetti che derogano ai principi di un'attenta gestione della finanza pubblica. Forte della consapevolezza che il destino dell'Italia è anche nella mani del Mezzogiorno, il Governo, con la legge delega sul federalismo fiscale, prevede inoltre, all'art.2, la possibilità di avviare provvedimenti, a livello statale, a favore della fiscalità di vantaggio per le aree meno sviluppate del Paese, con particolare riguardo alla creazione di nuove imprese.
L'istanza propria del federalismo, che, come detto, si è sostanziata nella legge delega 42 del maggio 2009, è il risultato di un'alleanza, quella tra Pdl e Lega voluta da Silvio Berlusconi, che, dando al partito di Bossi la possibilità di diventare forza di governo, ha consentito alla Lega di poter promuovere gli interessi dei territori che rappresenta solo in un quadro più ampio, in cui le prospettive della riforma abbracciano tutta la Nazione, Sud in testa.
Il merito di Berlusconi, in sostanza, è quello di aver gestito il tema federalista, che con il linguaggio originario leghista si era imposto all'opinione pubblica come un pericolo per il Sud, proiettandolo in un contesto nazionale, in un quadro in cui la politica di governo che darà attuazione al federalismo fiscale, grazie all'apporto di un partito a vocazione nazionale come il Pdl, è studiata per apportare benefici enormi a tutte quelle realtà territoriali del Sud che avvieranno politiche più responsabili, trasparenti e lungimiranti.
Il Sud, con il Governo Berlusconi, è diventato, nei fatti, un tema centrale dell'agenda politica, e lo dimostra anche l'intensa attività di lotta alla criminalità organizzata che lo Stato, mai come in questi ultimi due anni, ha condotto e continua a condurre con risultati senza precedenti. Estirpare, piano piano, questo cancro, significa dare una boccata d'ossigeno ad un tessuto sociale e produttivo che ha tutte le potenzialità per emergere e per rendere più competitivo il nostro Sistema Paese.
Condividi questo articolo      
|