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Numero 476
del 22/05/2012
Le vittorie del Tea Party PDF Stampa E-mail
! di Cristiano Bosco
bosco@ragionpolitica.it
  
venerdì 17 settembre 2010

Dopo circa sette mesi di battaglie, negli Stati Uniti si è conclusa la stagione delle elezioni primarie. Con l'avvicinarsi dell'appuntamento cruciale del mid-term del prossimo novembre, quando gli americani saranno chiamati alle urne per il rinnovo del Congresso, è ancora il movimento anti-establishment, anti-tasse, liberista e libertario dei Tea Party a recitare la parte del leone, inanellando successi elettorali a sorpresa in diversi Stati. Grazie a vittorie importanti come quella di Christine O'Donnell nella corsa al Senato per il Delaware, o di Carl Paladino nella gara per il posto di governatore di New York, oltre all'ottima performance (pur non vincente) in New Hampshire e altri successi a sorpresa, il movimento è ormai considerabile come una «terza forza» che, pur non in grado di sradicare il tradizionale bipartitismo a stelle e strisce, è già ora dotata dei mezzi per condizionarlo notevolmente: nello storico scontro tra Democratici e Repubblicani, entrambi gli schieramenti questa volta devono fare i conti con l'imprevedibile ascesa del Tea Party.

Inizialmente sottovalutato dagli addetti ai lavori e dagli strateghi di Washington, il movimento, sorto quasi in contemporanea in diversi Stati con la formazione di numerose organizzazioni simili tra loro, è salito per la prima volta agli onori delle cronache nazionali nel febbraio 2009, quando il giornalista Rick Santelli, esperto di economia del canale CNBC Business News, nel criticare fortemente la politica fiscale dell'amministrazione Obama, suggerì ai trader della borsa di Chicago di organizzare un nuovo tea party nel quale gettare a mare gli strumenti derivati. Il riferimento storico all'episodio che diede vita alla Rivoluzione Americana (il «Boston tea party» del 1773, appunto) piacque a molti, e il Tea Party divenne l'elemento caratterizzante del nuovo movimento, unito dall'opposizione alla politica economica della Casa Bianca. Per mesi trascurato o ridicolizzato dai media e dal partito di maggioranza, più volte rappresentato come un'accozzaglia di bigotti, rozzi, razzisti, il Tea Party Movement è riuscito, in poco più di un anno, a darsi un'organizzazione e a moltiplicare i propri consensi, diventando una forza politica determinante, come confermato dagli esiti a sorpresa delle elezioni primarie.

Nelle ore e nei giorni successivi all'uscita dei risultati elettorali delle primarie, di fronte alla travolgente forza d'urto che il tornado dei Tea Party ha avuto sul panorama politico a stelle e strisce, in un clima di generale incertezza, gli osservatori si interrogano sulle probabili conseguenze di questi dati e sui possibili scenari in vista delle elezioni di medio termine del prossimo novembre, nelle quali i Democratici, data la crescente impopolarità del presidente Obama, potrebbero perdere il controllo del Congresso. Se da una parte i trionfi del nuovo movimento sono dovuti in primo luogo dall'avversione nei confronti della politica del governo e della maggioranza, dall'altra l'emergere di outsider dalle posizioni intransigenti, spesso rappresentati dai media come estremisti bigotti e ignoranti, potrebbe giocare in favore dei Democratici che, pur impopolari, riuscirebbero a fare più facilmente leva sull'elettorato indipendente con figure più moderate.

Paradossalmente, i Tea Party, pur capaci di far innamorare gli elettori conservatori, potrebbero rappresentare un'ancora di salvezza per il partito di Obama il prossimo novembre, senza ovviamente averne intenzione alcuna. Non è un caso che Nancy Pelosi, Speaker of the House e rappresentante dell'anima liberal della maggioranza, abbia salutato con favore i risultati delle primarie, definendoli «molto positivi» per i Democratici. Numerosi altri esponenti del suo partito hanno risposto con celebrazioni di vario tipo, menzionando dati di sondaggi che mostrano quanto poco appeal abbiano le figure emergenti su porzioni più ampie dell'elettorato. «I Repubblicani hanno scelto di nominare estremisti invece di candidati principali - ha dichiarato il senatore democratico Bob Menendez - e ciò ha reso numerosi Stati, dati alla mano, assai più competitivi».

Tale paradosso non fa che sottolineare, in maniera evidente, la divisione che sussiste all'interno del Partito Repubblicano. Il quale, pur avendo dato prova di grande compattezza nell'opporsi alla linea della Casa Bianca in seguito alla batosta delle presidenziali 2008, in due anni non è stato in grado di rinnovarsi, né tantomeno - fuori di scena George W. Bush e l'anziano John McCain - di trovare figure di rilievo cui affidarsi per riconquistare il potere. Ciò, ovviamente, ha lasciato ampio scontento nel poco motivato elettorato conservatore, favorendo il successo del Tea Party, con il quale ora è necessario fare i conti. «Sono un partito diviso - ha affermato con soddisfazione Stony Hoyer, leader dei Democratici alla Camera - e ciò li danneggerà notevolmente».

La possibilità assai concreta che rappresentanti del Tea Party che hanno trionfato alle primarie si rivelino scarsamente eleggibili alle elezioni di medio termine è confermata, oltre che da poco rassicuranti sondaggi (secondo dati CBS, il 31% degli indipendenti ha una opinione negativa del movimento, a fronte di un 18% che li vede positivamente, mentre il 26% di essi dichiara che probabilmente non voterà per un candidato legato al Tea Party) anche dalle previsioni di due dei massimi esperti in materia di elezioni che l'America possa avere, il democratico David Plouffe, responsabile della grande vittoria di Obama nel 2008, e il repubblicano Karl Rove, artefice dei successi di George W. Bush. Per entrambi - e il magazine The Daily Beast ironizza che potrebbe essere la prima volta che i due sono d'accordo su qualcosa - la vittoria di esponenti quali la candidata al Senato del Tea Party Christine O'Donnell in Delaware rappresenta «buone notizie per i Democratici».

Al di là delle previsioni e dei possibili scenari per il prossimo novembre, ciò che ad oggi risulta innegabile, come ha notato l'editorialista A.B. Stoddard su The Hill, è che il Tea Party abbia già vinto, costringendo gli altri partiti, con la sua forza propulsiva, a prendere provvedimenti. «Non importa cosa succederà il 2 novembre alle elezioni midterm - scrive Stoddard -. Il Tea Party ha spostato i Democratici a destra e i Repubblicani ancor di più, e l'agenda del presidente Obama è di fatto morta». E questo fatto, più che avere un impatto immediato sul 2010, potrebbe avere, come prevedono Jonathan Martin e Kenneth P. Vogel su The Politico, un'influenza notevole sulla corsa alle presidenziali 2012, condizionando fortemente entrambi gli schieramenti, in special modo i Repubblicani: «Nessun aspirante candidato del GOP nel 2012 potrà aspettarsi di conquistare la nomination senza prima inchinarsi agli attivisti dei Tea Party e altri conservatori addolorati, che nella stagione delle primarie hanno ripetutamente dimostrato la propria abilità per premiare i Repubblicani che piacciono loro e punire duramente chi invece non piace». Per il nuovo movimento un peso politico cruciale, data la consapevolezza che, tanto nel 2010 quanto soprattutto nel 2012, il Tea Party giocherà un ruolo determinante. Nel bene o nel male.




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