Torna in questi giorni il dibattito sul Testamento biologico. Si tratta di un tema complesso ed estremamente delicato che tocca e interroga la coscienza di ciascuno di noi nel più profondo e inviolabile intimo. Ed è proprio riflettendo sull’importanza delle conseguenze di una decisione sulla regolamentazione del fine vitae, che sento il dovere di esprimere le mie perplessità su posizioni estremiste, che vanno dall’eutanasia alla vita a tutti i costi e che supera la sua stessa naturalità. Oggi la legge vigente permette di rifiutare ogni trattamento, anche le trasfusioni di sangue e la nutrizione artificiale.
Pur partendo dal punto fermo dell’insindacabilità della sacralità della vita, ritengo tuttavia che abolire il diritto di rifiutare l’alimentazione e l’idratazione artificiali sia un atto ingiusto che nega il principio di libertà individuale. L’aiuto della scienza e delle scoperte tecnologiche servono per curare le malattie e rendere dunque la vita di ciascuno di noi più serena possibile, ma non devono diventare un mezzo per varcare la pericolosa soglia che c’è tra una vita naturale e una vita artificiale che non ci appartiene e non è propria dell’uomo.
E’ importante capire che ciò che si può fare tecnicamente non è detto che lo si debba fare eticamente. Vorrei che si ponesse attenzione su questa riflessione: mi par di capire che non vi sia molta differenza tra l’eutanasia e chi decide della propria e della vita altrui, imponendola con l’uso della tecnologia e rischiando di prolungarla senza limiti. Io respingo entrambe le decisioni. Già, decisioni. Perché è proprio di decisioni che si parla sia nel caso dell’eutanasia che in quello del «primum vivere». Decisioni che, secondo il mio punto di vista, non spettano certamente all’uomo ma solo e soltanto alla natura, secondo i laici, e a Dio secondo i fedeli.
La domanda che ci si deve porre è: siamo più rispettosi della vita pretendola e imponendola a tutti i costi, prolungandola quasi all’infinito, nel pericoloso desiderio, con la scusa di preservare il dono della vita, di sostituirci a Dio o accettandola così come la natura prevede, senza ostentazione, e dunque con un inizio e una fine il più naturali, seppur indolori, possibili?
Infine mi rivolgo, da cattolica, alla Chiesa, pregandola, nell’intento di insegnare agli uomini di restare uomini, di ricordare le parole di Papa Wojtyla, che, rispondendo ai medici che gli offrivano le continue cure, disse: «Lasciatemi tornare alla casa del Padre».
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