Il programma di governo con cui abbiamo vinto le elezioni politiche del 2008 aveva al centro il tema della crescita economica. Dunque già allora, prima dell'esplosione della crisi economico-finanziaria, era ben chiaro a tutti noi che il «male oscuro» del nostro Paese era la bassa crescita, causata anche dalla bassa produttività del sistema industriale. Secondo una recente indagine di Bankitalia tra il 2000 e il 2008 siamo cresciuti in media dell'1,2% l'anno contro l'1,4% della Germania e l'1,9% della Francia. L'analisi delle ragioni affonda nei decenni scorsi: secondo Bankitalia agli anni 70 e 80, quando il sistema produttivo, per attenuare l'elevato costo e rigidità del lavoro, investì molto in automazione per ridurre la forza lavoro, tanto è vero che all'inizio degli anni 90 la nostra produttività per addetto era superiore alla media europea. Poi la moderazione salariale, la flessibilità del lavoro e anche la disponibilità di manodopera immigrata a basso costo hanno spinto le imprese ad aumentare il fattore lavoro. Ciò ha avuto la conseguenza positiva di far diminuire la disoccupazione, scesa nei primi anni Duemila dal 12 al 6%, ma ha ridotto sensibilmente anche la produttività pro capite. D'altra parte, anche la produttività del capitale, e non solo quella del lavoro, risulta inferiore a quella dei Paesi nostri concorrenti. Detto in parole più semplici: le nostre imprese producono troppo poco rispetto agli addetti impiegati e agli investimenti effettuati in macchinari. La crisi ha aggravato questo divario, perché tra il 2008 e il 2009 abbiamo registrato un calo del Pil di oltre il 6%, soprattutto a causa del forte calo della domanda internazionale, che ha penalizzato le nostre esportazioni. Tuttavia l'Italia resta un grande Paese industriale, il secondo in Europa dopo la Germania e il quinto nel mondo. Ha resistito meglio di altri alla crisi, grazie alla solidità patrimoniale delle famiglie e delle banche, e ha dimostrato buone capacità di ripresa nei mesi scorsi, soprattutto nelle esportazioni, che sono aumentate del 20% nel primo semestre. Mediobanca ha calcolato che, sempre nel primo semestre, le imprese hanno riconquistato i due terzi dei margini operativi persi lo scorso anno, mentre il recupero del fatturato è stato del 7%, un terzo di ciò che è stato perduto con la crisi. Bisogna però anche valutare che il settore manifatturiero «pesa» in Italia per circa il 25%, più che negli altri Paesi europei, Germania esclusa, ma pur sempre meno del grande settore dei servizi pubblici e privati. Ed è qui che si annidano molti altri fattori di scarsa competitività su cui occorre intervenire. Senza una significativa ripresa di produttività la crescita italiana resterà bassa e questo significa che non riusciremo a riassorbire la disoccupazione e non riusciremo a garantire un lavoro dignitoso ai giovani. Nella primavera 2009 Bankitalia ha indicato questi fattori strutturali di scarsa competitività: ridotta dimensione delle imprese, governance imprenditoriale, insufficiente ricorso alle nuove tecnologie, carenza di capitale umano, scarsa concorrenza in alcuni mercati, inadeguata dotazione di infrastrutture anche energetiche, inefficienza del sistema giudiziario, frequenti modifiche dei regimi fiscali. Entro fine anno dovremo presentare all'Unione europea il Piano nazionale di riforma (National Reform Plan, NPR) nell'ambito della «Strategia 2020», che ha l'obbiettivo di riportare l'Europa ai vertici della competitività mondiale. Il governo Berlusconi ha già individuato otto punti in cui articolare il nostro NPR: la competizione con i giganti, cioè le nuove relazioni economiche con i nuovi colossi Cina, India, Brasile, Russia; il costo delle regole; il Mezzogiorno; il nucleare; il rapporto capitale-lavoro; il fisco; il federalismo fiscale; la ricerca e la formazione del capitale umano. Su tutti questi fattori il governo Berlusconi è già intervenuto sin dall'inizio della legislatura, assumendo impegni precisi, nonostante l'emergenza della crisi che ha imposto di contenere la spesa pubblica. Se si analizzano questi impegni e queste politiche, emerge una chiara politica industriale, che può e ora deve essere consolidata e accelerata, ma che non si può disconoscere. LA NUOVA POLITICA ENERGETICA A due settimane dall'insediamento del governo, esattamente il 22 maggio 2008, all'assemblea di Confindustria, ho annunciato che uno dei primi impegni del governo sarebbe stato il ritorno al nucleare per chiudere un ventennio di mancata politica energetica che ha condannato l'Italia a pagare l'energia il 30% in più dei Paesi concorrenti, con una dipendenza dell'85% da fonti fossili inquinanti (gas, petrolio, carburante). Abbiamo indicato con grande chiarezza un nuovo mix energetico per ridurre le fonti fossili dall'85 al 50% e coprire il restante 50% per metà con fonti rinnovabili e per l'altra metà con il nucleare. Siamo stati tra i primi ad affermare l'esigenza di tornare al nucleare per contenere i prezzi dell'energia, assicurare gli approvvigionamenti e combattere il cambiamento climatico. Molti altri Paesi stanno tornando al nucleare: recentemente la Germania ha prorogato di 12 anni, fino al 2033, il funzionamento delle proprie centrali nucleari, da cui ricava il 27% dell'elettricità, che il governo Schroeder aveva deciso di chiudere entro il 2021; la Spagna ha preso una decisione analoga; la Francia, che ricava dall'atomo il 70% dell'elettricità, sta costruendo due nuove centrali e due centrali hanno appena avviato anche gli Usa della green economy del presidente Obama, il che conferma quanto andiamo sostenendo da tempo, cioè che le fonti rinnovabili «verdi» e il nucleare non sono affatto alternative, ma semmai complementari. Tanto è vero che abbiamo dato forte impulso anche alle rinnovabili e all'efficienza energetica. Si sente dire che il programma nucleare sarebbe in forte ritardo. Non è così. In febbraio abbiamo completato i provvedimenti legislativi. Ora dobbiamo procedere alla costituzione dell'Agenzia di sicurezza e completare alcuni adempimenti minori. Sicché nei primi mesi del prossimo anno le imprese energetiche potranno chiedere le autorizzazioni per costruire le centrali identificando i siti che abbiano le caratteristiche adatte. Per far pagare meno l'energia non possiamo però aspettare le centrali nucleari. Per questo il governo ha dato forte impulso alle infrastrutture energetiche e alle connessioni internazionali e si è impegnato in un complesso processo di liberalizzazione del mercato del gas, che ha già conseguito importanti risultati. Complessivamente, nei primi due anni di governo, sono stati impegnati 2,2 miliardi per incentivi allo sviluppo del fotovoltaico, incentivi alla sicurezza dei sistemi energetici, detrazioni fiscali per l'efficienza energetica. LA POLITICA D'INNOVAZIONE La politica d'innovazione è stata l'impegno più corposo dei primi due anni di governo, al quale sono stati destinati 2,6 miliardi distribuiti in sei capitoli: i programmi di innovazione industriale Efficienza energetica, Mobilità sostenibile e Nuove tecnologie per il Made in Italy; contratti d'innovazione per programmi superiori a 10 milioni; fondo di garanzia per progetti di innovazione delle Pmi; fondo d'innovazione per l'utilizzo di brevetti; banda larga e tv digitale terrestre. Questi capitoli indicano alcuni assi forti della politica d'innovazione: l'offerta di strumenti per tutte le categorie di imprese, grandi, medie e piccole; l'utilizzo di strumenti il più possibile automatici come i fondi di garanzia; la scelta di alcuni macrosettori trasversali su cui concentrare gli investimenti, come la sostenibilità ambientale e il Made in Italy. Sono diverse migliaia le imprese che hanno potuto accedere ai programmi per l'innovazione, fondamentali per aumentare la qualità dei nostri prodotti e rafforzare il posizionamento delle nostre imprese sui mercati globali. LA POLITICA PER LE GRANDI AZIENDE Nel quadro delle politiche d'innovazione va inserita anche l'azione del governo per le grandi aziende. La vicenda Fiat (che ha presentato il più grande piano di investimenti degli ultimi dieci anni, con interventi in Italia per 20 miliardi, ma chiede condizioni di maggiore produttività), dimostra che occorre rivedere il rapporto tra Stato e grandi aziende, aumentando l'autonomia reciproca e concentrando l'azione pubblica sul rafforzamento delle condizioni per lo sviluppo delle attività industriali anche di grande scala (auto, elettrodomestici, siderurgia, cantieristica, chimica di base) a cui il nostro Paese non può rinunciare. Ciò significa in primo luogo delinerare strategie di lungo periodo, all'interno delle quali le imprese possano operare le proprie scelte. Poi occorre assicurare incentivi alla ricerca e all'innovazione e infine contribuire a costruire un sistema di relazioni industriali attento ai diritti dei lavoratori, ma più adeguato al rilancio della produttività, con una maggiore flessibilità a livello aziendale, fino a immaginare forme di compartecipazione agli utili. LA CRESCITA DELLE IMPRESE Non esiste una dimensione ottimale per le imprese: anche una piccola impresa può avere la dimensione sufficiente per competere con successo, se opera in una nicchia o in un'area geografica circoscritta. Ma l'ampliamento dei mercati e il fatto che i Paesi a maggiore crescita siano oggi Cina, India e Brasile impongono un aumento dimensionale delle imprese. Anche su questo abbiamo lavorato, con strumenti come il «contratto di rete d'impresa» che prevede agevolazioni per le imprese che collaborano per fare ricerca o andare all'estero, e come il Fondo di venture capital promosso dalla Cassa depositi e prestiti, che comincerà ad operare nei prossimi mesi. Certo, la crescita dimensionale è soprattutto una responsabilità degli imprenditori: e sono ancora troppi coloro che per tutelare la propria autonomia decisionale, per non subire controlli o mettersi in casa soci fastidiosi, scelgono colpevolmente di non crescere, di non collaborare con altri colleghi, di non quotarsi in Borsa pur avendone le caratteristiche. E così facendo rischiano di perdere preziose opportunità di crescita per l'intero Paese. LE POLITICHE D'INTERNAZIONALIZZAZIONE In due anni il governo ha accompagnato all'estero oltre cinquemila imprese in missioni di sistema e settoriali. Abbiamo rafforzato i legami con la Russia, il Brasile, la Cina, dove il padiglione italiano all'Expo di Shanghai, vera vetrina del Made in Italy, ha già avuto più di tre milioni di visitatori. Abbiamo aperto canali importanti con Paesi molto promettenti come i Paesi del Golfo, i Balcani, il Vietnam, i Paesi dell'Africa sub sahariana. Se nei mesi scorsi le esportazioni italiane hanno avuto una forte ripresa, il merito va sicuramente agli imprenditori italiani che non si sono arresi, ma in parte anche al governo, che non ha mai fatto mancare il proprio sostegno. Il governo sta aggiornando gli strumenti di internazionalizzazione, a cominciare da Ice e Simest, affinchè siano sempre più adeguati a sostenere le nostre imprese all'estero, anche rafforzando le catene distributive, essenziali per favorire la penetrazione dei prodotti delle piccole e medie imprese sui mercati più lontani. Mi è capitato di visitare alle porte di Mosca il nuovo impianto della Cremonini, che produce hamburger per tutti i McDonald's russi. In quell'impianto esiste anche un immenso magazzino refrigerato per ospitare e distribuire in Russia i prodotti alimentari di qualità di centinaia di produttori alimentari italiani che da soli non sarebbero in grado di affrontare il mercato russo. Dobbiamo moltiplicare strutture come queste, per far arrivare la qualità italiana ai quattro angoli del globo. I SOSTEGNI ALLA PRODUZIONE E AL CONSUMO Non sono mancati in questi anni gli incentivi agli investimenti e alla produzione, che hanno intrecciato provvedimenti strutturali e interventi congiunturali per fronteggiare la crisi. Nel miliardo e 890 milioni destinati agli incentivi alla produzione ci sono gli interventi nell'aeronautica e difesa, i contratti di programma soprattutto al Sud, sostegni al settore tessile, interventi nella cantieristica e il recente Fondo salvataggi e ristrutturazioni per le imprese in crisi. Abbiamo anche stanziato 1,2 miliardi per incentivi al consumo: 900 milioni per gli incentivi all'acquisto di auto e ciclomotori a basso consumo, decisi come in altri Paesi europei nel 2009 per scongiurare il fallimento di un settore che stava crollando del 30-40%, e i 300 milioni decisi nella primavera scorsa per accompagnare la ripresa in comparti come gli elettrodomestici, i ciclomotori, le cucine, gli abbonamenti alla banda larga, gli inverter e i motori elettrici, le gru e gli autoarticolati. Se nel primo semestre la crescita si è riaffacciata anche in Italia, lo si deve in parte anche a queste misure. ALTRI INTERVENTI A FAVORE DELLA COMPETITIVITA' Ovviamente una politica per la crescita richiede anche molti altri interventi, come quelli avviati in questi anni dal governo Berlusconi per la riforma della scuola e dell'università, la riforma della pubblica amministrazione e la semplificazione burocratica, la riforma già avviata del processo civile, il rilancio del piano infrastrutture. C'è poi il grande capitolo della nuova politica fiscale collegata al federalismo, per la quale il governo, ora che la fase acuta della crisi è superata, ha già preannunciato l'avvio di un tavolo per costruire un sistema fiscale più favorevole alla famiglia, al lavoro, all'innovazione. IL SUD DA PROBLEMA A OPPORTUNITA' Dall'unità d'Italia il Sud ha rappresentato un problema. E' invece la grande «opportunità di crescita» per tutto il Paese, perché è l'area più fornita di risorse umane, territoriali e ambientali ancora non utilizzate. E si trova sulle rotte commerciali tra l'Asia e l'Europa: è dunque nelle condizioni ideali per approfittare del fortissimo aumento degli scambi euro-asiatici, per diventare una grande piattaforma logistica e un grande hub energetico tra l'Europa e l'Africa. Negli ultimi mesi il governo ha lavorato alla predisposizione del piano Berlusconi per il Sud, che può avere a disposizione fino a 100 miliardi di euro tra fondi europei e fondi nazionali Fas 2007-2013 e fondi recuperati dal precedente ciclo 2000-2006 perché non utilizzati. In passato le risorse sono state polverizzate in microinterventi che, se hanno in molti casi surrogato la finanza ordinaria e sostenuto il reddito dei cittadini meridionali, non hanno però dato al Mezzogiorno quella spinta di competitività necessaria per ridurre il divario con il Nord. Pensate che nel 2000-2006 sono stati finanziati ben 250 mila interventi. Occorre invece concentrare le risorse su pochi grandi obbiettivi, come le infrastrutture di trasporto, la ricerca, la formazione del capitale umano, la lotta alla criminalità per creare un ambiente favorevole allo sviluppo delle imprese meridionali e all'attrazione degli investimenti. E occorre gestire questi interventi in forte cooperazione tra il governo centrale e le Regioni del Sud. CONCLUSIONI Come si vede, nei primi due anni di legislatura il governo ha avviato, nonostante la crisi, una politica industriale solida e lungimirante, che va ora rilanciata assicurandole le risorse necessarie per rafforzare e proiettare nel futuro il sistema manifatturiero del nostro Paese. Perché l'Italia è e vuole restare una grande potenza industriale. On. Claudio Scajola Condividi questo articolo      
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