A circa un mese dal summit previsto per novembre, che dovrebbe rappresentare l'ennesimo tentativo di rilanciarne l'azione, ed a due anni dalla sua creazione, l'Unione per il Mediterraneo si trova ancora in una situazione di impasse. Era il 2008 quando il presidente francese Sarkozy fece della creazione di una Unione per il Mediterraneo (UPM) uno dei punti principali all'ordine del giorno della sua presidenza. L'obiettivo finale era quello di creare un mare di pace e di prosperità attraverso alcuni strumenti che avrebbero dovuto coinvolgere tutti i paesi, o perlomeno alcuni, che si affacciano sul Mediterraneo: cooperazione economica, promozione di scambi culturali e sicurezza comune.
Tale progetto trovò immediatamente il pieno appoggio da parte del presidente egiziano Mubarak e, soprattutto, da parte di Israele, che vedeva nell'Unione uno dei possibili mezzi per giungere alla soluzione delle principali questioni legate al conflitto israelo-palestinese: vi era, infatti, la convinzione, successivamente ripresa dal premier Netanyau, che i contrasti relativi ai confini, ai rifugiati ed a Gerusalemme avrebbero potuto trovare una soluzione concentrandosi, semplicemente, sull'economia in qualità di catalizzatore per la pace e la sicurezza. L'Unione, che costituisce il secondo tentativo di organizzare un quadro condiviso di governance mediterranea dopo il partenariato euro-mediterraneo, dal momento che quest'ultimo dopo anni di incontri e vertici non aveva prodotto alcun risultato tangibile, né in favore della pace né in favore delle economie dei paesi coinvolti, non ha però mai iniziato a funzionare veramente. Essa, infatti, è stata letteralmente bloccata dalla vasta componente araba, presente nell'Unione, in seguito all'attacco sferrato da Israele alla striscia di Gaza, tra il dicembre 2008 ed il gennaio 2009, appena un mese dopo, quindi, rispetto alla conferenza di Marsiglia, che aveva posto le premesse per il suo lancio.
Ulteriori avvisaglie della crisi in cui versa l'Unione si sono avute nell'estate appena passata. In aprile, infatti, una conferenza dell'Unione avente ad oggetto il problema dell'acqua si è rivelata un fallimento a causa dei contrasti tra Israele ed i paesi arabi circa il riferimento ai «territori occupati». Inoltre, il tanto atteso summit previsto a Barcellona per il 7 giugno è stato posposto, appunto, a novembre, con la giustificazione di concedere più tempo ai negoziati informali che nel frattempo si stavano svolgendo tra Israele e Palestina. La vera giustificazione di tale rinvio, però, va ricercata nel fatto che gli Stati membri dell'Unione non sono riusciti in tempo a dirimere le numerose divergenze esistenti. A ciò si aggiungano le difficoltà con le quali si è messo in moto il meccanismo istituzionale, sia di natura politica, come la scelta della sede del segretariato, sia di natura tecnica, come la definizione dei compiti delle nuove strutture.
Due sono, infatti, i problemi fondamentali che causano lo stallo nel quale si trova l'Unione per il Mediterraneo ad un mese dal vertice. Innanzitutto vi sono, a livello strettamente europeo, forti tensioni circa la questione della co-presidenza. Alla fine del 2008, infatti, la Francia, a testimonianza della ferma volontà di affermare la propria primazia negli equilibri euro-mediterranei, pretese di tenere la co-presidenza oltre la scadenza del proprio semestre di presidenza della Ue. La nuova presidenza dell'Unione Europea, esercitata dalla Repubblica Ceca, cedette alle richieste francesi e si giunse, così, ad un compromesso: le sedute politiche sarebbero state presiedute dalla presidenza di turno della Ue mentre quelle economiche dalla Francia. Ora, poiché la parte politica dell'Upm è completamente bloccata, negli ultimi due anni l'Unione è stata controllata, praticamente, dalla Francia, il che ha comportato, secondo molti osservatori, una politica europea fortemente frammentata.
Il secondo problema, e forse più significativo, è rappresentato da Israele, e più in generale, dal blocco arabo. La presenza di Israele in qualunque forum regionale ha sempre avuto effetti piuttosto dirompenti ed anche in questo caso alcuni paesi arabi, quali Siria, Libano e Libia, hanno visto con grande sospetto, sin dall'inizio, la nascita di questa Unione, percependola come un mezzo volto a favorire gli interessi di Israele. Lo stesso presidente Sarkozy ha più volte, tra l'altro, manifestato l'auspicio che i progetti di cooperazione economica potessero inserire gradualmente Israele in un sistema di amichevoli relazioni di vicinato con i paesi arabi. Tutto ciò ha comportato che gli incontri preparatori dei vari meeting siano stati di volta in volta rinviati a causa dei tentativi di alcuni paesi, tra cui l'Egitto, di impedire la partecipazione dei rappresentanti dello stato israeliano.
E' chiaro quindi come l'eventuale successo del meeting di novembre ed il rilancio dell'Unione non dipendano tanto da quanto viene deciso a Bruxelles ma, al contrario, dai risultati che Washington riuscirà ad ottenere in riferimento alla delicata ed intricata questione israelo-palestinese. Se i recenti colloqui diretti riusciranno a rasserenare il clima tra i due paesi, sarà allora possibile che i paesi arabi prestino il loro consenso alla ripresa del dialogo euro-mediterraneo. Altrimenti sarà forse necessario rivedere l'idea di fondo di questa Unione ed optare, come suggerito da alcuni, per la creazione piani di collaborazione su singoli settori e progetti da realizzare nell'ambito di accordi tra paesi con convergenza di interessi. Interessi meramente economici sganciati, possibilmente, da ogni connotato politico.