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Numero 476
del 22/05/2012
Begm Shnez, un'altra vittima dell'«onore familiare» tribale PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
bono@ragionpolitica.it
  
lunedì 04 ottobre 2010

Ancora una volta un capofamiglia immigrato ha mantenuto fede al proprio dovere di tutelare l'onore familiare a qualunque costo. È successo a Novi, in provincia di Modena, il 3 ottobre. Ahmad Khan Butt, immigrato dal Pakistan, ha ucciso, colpendola con un mattone, la moglie Begm Shnez, che stava tentando di difendere la figlia Nosheen, aggredita con una spranga dal fratello maggiore Umair al culmine di una violenta lite.

Come Sanaa Dafani, la giovane marocchina sgozzata dal padre lo scorso anno, e Hina Saleem, pakistana, uccisa sempre dal padre con la complicità di altri familiari nel 2006, Nosheen stava disonorando la propria famiglia, compromettendone la posizione presso la comunità pakistana residente in Italia, con il suo rifiuto di obbedire al padre. Sanaa aveva una relazione con un giovane italiano ed era andata ad abitare con lui. Nosheen, come Hina, semplicemente non voleva sposare il marito pakistano, che magari neanche conosceva, scelto per lei dal padre.

I matrimoni combinati sono la norma in Asia e in Africa, un'istituzione millenaria propria delle società tradizionali: in Africa molto spesso sono concordati dalle famiglie dopo aver pattuito il «prezzo della sposa» (pagato dal marito alla famiglia della futura moglie) mentre in Asia, soprattutto in India, è diffusa l'istituzione della dote (pagata dal padre della sposa al futuro marito). Gli omicidi d'onore, invece, sono comuni soprattutto in Asia, dove sono considerati un dovere a cui le famiglie non si devono sottrarre, soprattutto quando è il comportamento delle donne a gettare il discredito: con rapporti sessuali al di fuori del matrimonio, inclusi i casi di stupro, ma anche soltanto per il fatto di attardarsi fuori casa o di farsi sorprendere in compagnia del tutto innocente con persone dell'altro sesso.

È importante capire che l'uccisione della colpevole non è solo una punizione e un esempio per le altre donne, ma prima di tutto è l'unico modo per ricuperare l'onore perduto restituendo alla famiglia stima e considerazione. Ecco perché, al contrario di quanto avvenuto a Novi, di solito l'omicidio d'onore è commesso a freddo, deciso e organizzato, come è stato nel caso di Hina, durante una riunione di famiglia, da persone che si ritengono vittime di un oltraggio e quindi convinte di non compiere un reato poiché si tratta, come si è detto, di punire una colpa e di difendere l'onore familiare per poter continuare a vivere a testa alta nella propria comunità.

Di diverso, nella famiglia Butt, c'è poi l'atteggiamento della madre, morta per difendere la figlia e il suo diritto di rifiutare il matrimonio imposto. In genere, cresciute nel rispetto dei valori fondanti e delle istituzioni create per tutelarli, le donne concordano sul diritto e dovere di imporre ai figli la volontà paterna e di punirli se ad essa si ribellano. La madre di Hina e di Sanaa si sono schierate dalla parte dei mariti, condividendone le ragioni. D'altra parte vengono giustificate e perpetuate dalle stesse donne che ne subiscono le terribili conseguenze persino le mutilazioni genitali femminili, che difatti continuano a essere praticate anche lontano dai Paesi d'origine, tanto che l'Italia nel 2006 ha ritenuto necessario varare una legge per proibirle e per proteggere le bambine a rischio.

Il caso di Novi dimostra inoltre che l'integrazione degli immigrati è solo una tappa di un processo che dovrebbe compiersi con l'assimilazione. Dai lanci d'agenzia si apprende che la famiglia Butt è del tutto integrata: è ben inserita in un quartiere, ha una casa, un reddito regolare, garantito dal lavoro del padre, di professione operaio saldatore, e del figlio maggiore che lavora presso una stireria, e i tre figli minori frequentano la scuola. Vicini di casa, colleghi di lavoro, insegnanti e compagni di scuola dei figli: tutti li consideravano persone «normali». Troppo tardi, almeno per Hina, Sanaa, Nosheen e tante altre, si scopre che essere «normali», altrove nel mondo, vuol dire rispettare istituzioni che prescrivono di violare i diritti umani universali.




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