Cresciuti in Germania, addestrati in Pakistan, pronti a tornare in Europa per fare attentati. E' questo il «ciclo della morte» emerso dalle notizie (filtrate alla stampa statunitense dall'intelligence) sull'allarme attentati nel Vecchio Continente. Al Qaeda ha tuttora in mente di compiere nelle città europee massacri come quello commesso a Mumbai nel novembre del 2008.
In Europa non siamo ben consapevoli dell'orrore che si compì nella metropoli indiana due anni fa. Quindi è bene ricordarlo sommariamente, per capire che fine rischiamo di fare. A Mumbai, il 26 novembre 2008, un commando di terroristi islamici approdato al porto indiano sparò all'impazzata nella stazione ferroviaria e nel Leopold Café, poi cercò (senza riuscirci) di compiere un altro massacro nell'ospedale di Cama, infine si impossessò armi in pugno di due alberghi di lusso (Taj Mahal e Oberoj Trident) e del locale centro ebraico Nariman House. I sei ostaggi ebrei di quest'ultimo, compreso il rabbino Gavriel Holtzberg e sue moglie Rivka (in cinta di cinque mesi), furono torturati e uccisi. La battaglia attorno ai due alberghi si prolungò fino al 29 novembre. I terroristi non riuscirono nell'intento di farli saltare in aria con tutti gli ostaggi. In totale rimasero sul terreno 138 fra civili e militari indiani e 28 civili stranieri. Tutto ciò fu provocato da appena 10 terroristi, di cui uno solo sopravvissuto, poi incarcerato e condannato a morte in India. Come nell'attacco dell'11 settembre, Al Qaeda dimostrò di poter infliggere il massimo del danno al minimo del costo.
I terroristi seguaci di Bin Laden vogliono ripetere 10, 100, 1000 Mumbai nel nostro continente. Nel mirino ci sono soprattutto città francesi, inglesi e tedesche. Ma il rischio è che vi siano piani, non ancora scoperti, per obiettivi in Spagna e Italia. I bersagli che possono essere colpiti sono la torre Eiffel e la cattedrale di Notre Dame a Parigi, la stazione centrale e la torre della tv ad Alexanderplatz a Berlino, la famiglia reale britannica a Londra. Non è emerso alcun obiettivo specifico per il nostro Paese, anche se «l'allarme terrorismo resta elevato», come ha dichiarato nei giorni scorsi il ministro degli Interni, Roberto Maroni.
Come sono state ottenute queste informazioni? Per quel che si sa, arrivano soprattutto da una fonte principale: Ahmed Sidiqi. Arrestato in Afghanistan lo scorso luglio, è stato interrogato nella base Nato di Bagram. Trentaseienne, di origine afghana, Sidiqi è cittadino tedesco, residente ad Amburgo. Ieri il ministero degli Interni di Berlino ha rivelato che il suo non è un caso unico. Sidiqi farebbe parte di un gruppo di musulmani di Amburgo, «sparito» dalle proprie case nel 2009. Sarebbero almeno 70 i musulmani tedeschi addestrati da Al Qaeda in Pakistan e Afghanistan. Uno di essi è Makanesi Rami, 25 anni, un tedesco di origini siriane, apparso in un video a fine 2009. Nel filmato brandiva un coltello e una pistola ed esortava i suoi connazionali ad unirsi al jihad. Nel filmato si vedono anche scene in cui un gruppo assalta posizioni nemiche con missili e cannoni, che ricorda molto gli attacchi stile Mumbai. Un funzionario dell'intelligence ha rivelato che Sidiqi, nel corso degli interrogatori, ha ammesso che a Naam Meziche (sempre di Amburgo), era stato affidato il compito di pianificare gli attacchi nel complotto, e che l'incarico era stato approvato da Bin Laden in persona. L'imam della moschea Taiba di Amburgo è Mamoun Darkazanli, un uomo d'affari tedesco originiario della Siria. La commissione di inchiesta sull'11 settembre ha evidenziato legami finanziari tra l'imam e Al Qaeda.
Cittadini tedeschi sono anche i quattro militanti uccisi da un missile lanciato lunedì da un drone americano, nei pressi di Mir Alì (nella regione del Waziristan del Nord, Pakistan), mentre erano a colloquio con il leader tribale Sher Mullah, vicino alla causa dei Talebani. Farebbero tutti parte della stessa rete, artefice dei piani di attentati in Europa. Fra i sospetti terroristi arrestati in Afghanistan risultano anche uomini con cittadinanza olandese e francese.
L'allarme terrorismo nel nostro continente, dunque, parte... dal nostro continente. Sono soprattutto cittadini europei, sia pure recentemente acquisiti, che vogliono colpire le loro stesse città, nel nome del jihad globale. Ma a difendere l'Europa, invece, è soprattutto l'America. Sono i droni americani che colpiscono le reti del terrore a cavallo del confine fra Pakistan e Afghanistan. Sono loro che fanno il «lavoro sporco» e sono i primi a subire le critiche dei loro alleati. Islamabad ha fatto fuoco e fiamme (nel senso letterale del termine, questa volta) contro gli ultimi attacchi di elicotteri e droni americani nel suo territorio nazionale: ha risposto bloccando i rifornimenti alla missione Isaf in Afghanistan e, guarda caso, decine di autocisterne destinate alla Nato sono state bruciate da «sospetti militanti» nei loro parcheggi in Pakistan. La stampa europea è sempre in prima linea nel contestare i raid americani oltre-confine. In Germania, prima potenziale vittima dei terroristi, l'opposizione all'intervento militare in Afghanistan è più forte che mai e ha già portato alle dimissioni di generali e ministri. In Europa è ancora facile crogiolarsi in una retorica del multiculturalismo e puntare il dito contro gli Usa. E' facile scrivere che il terrorismo è solo la reazione alla politica «imperialista» americana. E' altrettanto facile ignorare una realtà che non vogliamo ammettere: i tentativi di attacco di Al Qaeda contro l'Europa sono continui. Ne sappiamo qualcosa solo quando informazioni di intelligence rivelano i suoi piani. O quando un attentato va in porto. O quando un terrorista fa cilecca all'ultimo minuto, compreso il fallito attentato suicida nella caserma Santa Barbara di Milano. Non vogliamo ammettere che, se non ci fosse una prima linea di difesa, costituita dagli americani, al confine fra Pakistan e Afghanistan, i massacri in stile Mumbai avverrebbero qui, dietro casa nostra.
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