In Sicilia Lombardo, a soli due anni dalla sua elezione a governatore, ha formato la quarta giunta regionale, sostenuta oltre che dal suo gruppo Mpa, dai finiani, dall'Api di Rutelli, dall'Udc e dal Partito democratico. Eppure Lombardo fu eletto alla carica di presidente della Regione Sicilia grazie ad una coalizione che comprendeva il Pdl. Oggi il suo esecutivo, che nasce in sprezzo al giudizio e alla volontà degli elettori, pone anche un grave limite all'autorevolezza e credibilità del proprio ruolo istituzionale. Un elemento storico caratterizza questo ennesimo paradosso siciliano: il trasformismo ancora radicato in tanti politici cresciuti alla scuola della Dc che, un tempo malattia peculiare della classe politica meridionale, rischia di diffondersi nell'intero Paese. Nessuna meraviglia se lo stesso Raffaele Lombardo, dopo aver votato la fiducia al governo Berlusconi, ha dichiarato di essere pronto a «fare i salti mortali» pur di cambiare la legge elettorale.
Sconcertante è la spregiudicatezza di chi rinnega la sua storia. Da segretario dell'Msi, Gianfranco Fini includeva Raffaele Lombardo tra gli esponenti politici da sorvegliare in quanto al centro di inchieste su scambi di favori e voti con esponenti mafiosi, compravendite di posti di lavoro pubblici, finanziamenti pubblici alle proprie campagne elettorali. Molto più recenti sono le esternazioni di Anna Finocchiaro che definiva Raffaele Lombardo «un uomo temibilissimo per aver costruito un sistema di potere clientelare spaventoso che avrebbe riportato la Sicilia al Medioevo». Oggi i loro rispettivi partiti, Fli e Pd, lo sostengono. E' un'operazione con la quale il Partito democratico esprime in maniera compiuta non solo la propria mancanza di strategia, ma soprattutto una prospettiva di potere.
La lettura degli eventi politici siciliani disegna l'inesistenza di una reale identità politica del Partito democratico. Non dimentichiamo che il Pd nazionale, senza prospettare programmi alternativi, sta ricercando alleanze trasversali al solo fine di deporre Berlusconi. E' la mobilitazione priva di contenuti che anticipa la morte della politica e rappresenta il viatico migliore per i capipopolo come Di Pietro o Grillo. Sono prove di trasformismo, che trovano la giustificazione morale nel concetto che si possa governare con accordi contingenti su singole questioni, quali ad esempio la legge elettorale.
L'obiettivo reale di chi vuole modificare la legge elettorale è costituito dalla cancellazione del premio di maggioranza, ma viene occultato dalla falsa intenzione di ripristinare le preferenze. Quei partiti che oggi prospettano, apparentemente con razionalità, l'esigenza di un rapporto più diretto tra rappresentati ed elettori attraverso il ritorno al collegio uninominale sono gli stessi che in passato gestivano a livello centrale l'assegnazione dei candidati da eleggere ad ogni costo «paracadutandoli», indipendentemente dalla provenienza, nei collegi considerati sicuri. Si finalizza insomma la modifica della legge all'interesse verso il cittadino elettore quando il disegno occulto è l'approdo alle maggioranze da costituire in Parlamento, agli intrighi di palazzo, alla palude parlamentare.
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