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Numero 476
del 22/05/2012
Sul caso Scajola dubbi grandi come una casa PDF Stampa E-mail
! di Maurizio Tortorella
tortorella@ragionpolitica.it
  
sabato 09 ottobre 2010

Proponiamo su Ragionpolitica.it un articolo pubblicato sul settimanale Panorama in merito alla vicenda che ha coinvolto Claudio Scajola, ex ministro dello Sviluppo economico, accusato dai media per un caso, quello relativo alle dinamiche dell'acquisto della casa di via del Fugatale a Roma, sul quale ancora oggi  aleggiano troppi dubbi, poiché  su di esso vi sono pochi elementi, e per di più incerti.

Per spingerlo alle dimissioni sono bastate due settimane di intensa battaglia a mezzo stampa. Per sostituirlo con il suo vice Paolo Romani sono occorsi 150 giorni, dal 4 maggio al 4 ottobre 2010. Ma quanti mesi devono servire, ai magistrati di Perugia, per aprire un'indagine formale su Claudio Scajola, ex ministro per lo Sviluppo economico?

Sì, perché lo scandalo che è costato la poltrona a uno degli uomini forti del Pdl ha oggi un'appendice ingombrante e a suo modo misteriosa: contro tutte le previsioni, Scajola non ha mai ricevuto un avviso di garanzia e quasi sicuramente non è mai stato nemmeno iscritto al registro degli indagati, né il tribunale dei ministri è mai stato investito della sua vicenda. I due sostituti procuratori Alessia Tavanesi e Sergio Sottani, gli inquirenti umbri che da febbraio hanno scoperchiato i presunti illeciti del costruttore Diego Anemone, per mesi hanno rivoltato come un calzino gli appalti ministeriali in qualche modo riconducibili a Scajola, ma finora non devono avere trovato nulla, se non hanno mai formalizzato un'accusa: nulla che possa essere considerato una contropartita dei 900 mila euro che Anemone, secondo i pm, avrebbe versato nel pagamento dell'ormai famoso appartamento in via del Fugatale a Roma (a pochi passi dal Colosseo), acquistato da Scajola nel luglio 2004 dalle sorelle Barbara e Beatrice Papa.

Strana storia, davvero. Ed è stridente il confronto con la parallela vicenda giudiziaria di un altro ex ministro, Pietro Lunardi. Indagato per corruzione dagli stessi pm perugini, l'ex responsabile delle Infrastrutture è finito nell'inchiesta su Anemone per una casa che sarebbe stata acquistata da suo figlio a prezzo di favore: il vantaggio sarebbe arrivato per intercessione di Anemone, cui in cambio Lunardi avrebbe fatto affidare un appalto. Il procedimento è approdato al tribunale dei ministri e dai primi di settembre la Camera dei deputati sta valutando le accuse dei pm perugini. La giunta per le autorizzazioni a procedere dovrebbe presto decidere.

Ma l'inattività giudiziaria, nei confronti di Scajola, è doppiamente misteriosa. Perché l'eventuale reato di corruzione, quello che molti giornali gli avevano contestato cinque mesi fa, si prescrive in sei anni se non interviene quello che i tecnici del diritto penale chiamano «atto interruttivo»: basta poco, un avviso di garanzia che convochi l'indagato per un atto interrogatorio. Visto che la compravendita della casa di via del Frugatale e la presunta consegna dei 900 mila euro risalgono al 7 luglio 2004, la prescrizione sarebbe intervenuta il 7 luglio 2010, tre mesi fa. Possibile che magistrati esperti come Tavenesi e Sottani non si siano accorti della scadenza, che se la siano lasciata sfuggire sul calendario? Certo che no. Quindi anche questo elemento fa supporre che non esista affatto un'inchiesta aperta contro Scajola. Taglia la testa al toro Giorgio Perroni, che dell'ex ministro è l'avvocato: «No, non è indagato» - afferma - «perché in quel caso gli atti dovrebbero essere trasmessi al tribunale dei ministri e ne saremmo stati informati».

E allora? Allora bisognerebbe poterle riscrivere daccapo, certe storie; si dovrebbe potere riavvolgere il nastro e ragionare a freddo. Perché davvero l'ex ministro alla fine di aprile è stato travolto solamente da una serie di accuse spalmate sui giornali e basate ancora su pochi elementi incerti. Eppure molti quotidiani, in quei giorni, raccontavano particolari precisi come pugnalate e riportavano frasi estratte come pepite da verbali d'interrogatorio. Il principale teste d'accusa contro Scajola era Angelo Zampolini, architetto e collaboratore di Anemone: l'uomo che il 23 aprile, davanti ai pm perugini, aveva ammesso di avere cambiato contanti per 900 mila euro in 80 assegni circolari intestati alle due sorelle Papa, le venditrici della casa acquistata da Scajola. «Il giorno del rogito» - avrebbe dichiarato Zampolini, secondo La Repubblica del 3 maggio - «portai gli 80 assegni nel luogo in cui venne firmato l'atto». Si tratta di un ufficio in via della Mercede, a Roma, «nella disponibilità del Ministero per l'Attuazione del programma». Qui lo attendono Scajola, le sorelle Papa, il notaio Gianluca Napoleone e «alcuni funzionari di banca». Di uno Beatrice Papa, nel verbale, ricorda il nome: è Luca Trentini, direttore della Deutsche bank di Largo Argentina, proprio l'istituto dove Zampolini il giorno prima ha cambiato i contanti in assegni. Tutto si tiene, insomma: Zampolini cambia il denaro di Anemone, prende gli assegni, li porta al ministero e, davanti ad una serie di testimoni (le venditrici, il notaio e il bancario), interviene come colui che fisicamente consegna al ministro 80 assegni per 900 mila euro, che si vanno a sommare ai 600 mila euro che Scajola ha appena ottenuto accendendo personalmente un mutuo allo sportello del Banco di Napoli presso la Camera dei deputati. A quel punto il ministro consapevolmente prende gli 81 assegni e li dà alle venditrici. Il 30 aprile La Repubblica affonda il colpo. Titola: «Scajola, ecco le carte che accusano. L'atto per la casa avvenne al Ministero e ricevemmo da lui tutti i soldi». Nel testo, si legge che le sorelle Papa avrebbero dichiarato queste parole testuali: «E' il ministro che consegna gli assegni, tutti insieme», cioé quelli della Deutsche bank più quello del Banco di Napoli. Lo stesso giorno anche il Corriere della Sera quasi in fotocopia: «Diede lui gli 80 assegni». Sempre il Corriere, il 3 maggio, fa dire a Zampolini: «Io consegnai i titoli direttamente al ministro».

E invece qualcosa non torna: cinque mesi dopo alcune delle certezze dei giornali si incrinano. Sulla consegna degli assegni, per esempio, della frase lapidaria attribuita a Zampolini non esiste traccia nell'interrogatorio del 23 aprile. Tutto è più confuso, incerto; non si capisce che cosa sappia veramente il ministro. L'architetto afferma: «Su vostra sollecitazione (cioè dei due pm, ndr) preciso che probabilmente la mia presenza al rogito era dovuta alla consegna, da parte mia, degli assegni circolari». Ma non specifica a chi gli ha dati e soprattutto quando.

Anche Barbara Papa, nel suo interrogatorio del 23 marzo, dice cose molto sfumate rispetto a quelle riportate dai giornali: «I soldi, non ricordo se tutti in assegni o parte in contanti, ci sono stato consegnati, credo di ricordare alla presenza del ministro». Entrambe le sorelle Papa negano poi di conoscere Zampolini, che pure avrebbe dovuto essere con loro, al rogito. E lo stesso Zampolini, interrogato il 18 maggio, aggiunge particolari che confondono le acque: «Non ricordo» dice «se gli assegni li ho portati io o Anemone». Se li avessi dati a qualcuno per conto di Anemone, non mi spiegherei il motivo della presenza del direttore della banca (Trentini, ndr) al momento del rogito». E il ragionamento non fa una grinza.

Infine, l'ultima stranezza. Uscita dalla compravendita, Beatrice Papa versa la sua parte su un conto. Dove? Proprio su quello che ha aperto una settimana prima presso la Deutsche bank di largo Argentina, quella di Zampolini. Strana coincidenza. Non vorrà dire nulla, ma certo apre l'ennesimo interrogativo di questa storia: e tutti insieme, i dubbi, sono grandi come una casa.




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