«Guardare il Medio Oriente nella prospettiva di Dio significa riconoscere in esso la "culla" di un disegno universale di salvezza», poiché è la terra di Abramo e dei profeti, dove Gesù ha vissuto, è morto ed è risorto e dove è nata la Chiesa, costituita per diffondere il Vangelo in ogni angolo della Terra: con queste parole Papa Benedetto XVI ha inaugurato il 10 ottobre i lavori dell'Assemblea speciale per il Medio Oriente, il Sinodo che fino al 24 ottobre riunisce a Roma i vescovi provenienti da una delle più problematiche regioni del pianeta, patria di circa sei milioni di cattolici e di 20 milioni di cristiani, rispettivamente l'1,6% e il 5,6% su una popolazione di 356 milioni di abitanti, in larga maggioranza di religione islamica.
Presenti da 2000 anni, vivono in piccole comunità, non di rado perseguitati e uccisi, quasi sempre discriminati, emarginati e limitati nella pratica religiosa. Nel Vicariato apostolico d'Arabia - che comprende Yemen, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Barhein e Oman - solo 60 sacerdoti, in 17 parrocchie, prestano servizio a 2,5 milioni di cattolici di 100 nazionalità diverse, quasi tutti immigrati. In Arabia Saudita la libertà di culto è negata ai cristiani filippini che sono 1,5 milioni.
Malgrado l'afflusso di lavoratori stranieri in alcuni Paesi del Golfo, il numero dei cristiani in Medio Oriente è aumentato soltanto in Israele, passando da 34.000 nel 1949 a 150.000 nel 2008. Nel resto dell'area, invece, i cristiani sono drasticamente diminuiti e si profila il rischio della loro scomparsa in un prossimo futuro, forse entro 50 anni, se non verrà posto un freno all'odio anticristiano, attizzato dalla componente estremista in crescita tra la popolazione islamica: il Sinodo è stato convocato d'urgenza per far fronte a questa situazione, per chiedere aiuto alla comunità internazionale affinché l'esodo forzato abbia fine.
Ne parlano, ma con prudenza, i vescovi convenuti a Roma, e molti hanno chiesto che i loro discorsi vengano segretati. Il clima che si respira in Medio Oriente si manifesta anche in questo: una parola di troppo può scatenare ulteriori reazioni violente contro le comunità già in difficoltà. Tra quelle più minacciate, figura senza dubbio la comunità irachena, una delle più antiche del mondo, fondata all'inizio dell'era cristiana dall'apostolo Tommaso: ai tempi della conquista islamica, nel settimo secolo, erano cristiani circa la metà degli abitanti dell'attuale Iraq, così come dell'Iran odierno. Prima dell'inizio della guerra contro il regime di Saddam Hussein, ancora la comunità contava un milione di fedeli. Adesso sono circa 500.000 e il loro numero continua a diminuire. A pochi giorni dall'inizio del Sinodo l'arcivescovo di Kirkuk, Louis Sako, denunciava in un'intervista rilasciata all'agenzia di stampa AsiaNews il deterioramento delle condizioni di vita nel suo Paese. Dal 2003 a oggi 51 chiese sono state attaccate, un vescovo e tre sacerdoti sono stati rapiti e uccisi, almeno 900 cristiani sono stati assassinati. Gli estremisti non danno scelta: «La conversione immediata all'islam o consegnare le loro proprietà e lasciare il Paese o pagare il tributo in denaro al jihad se vogliono evitare la morte».
Ma l'ostilità nei confronti dei cristiani, in Medio Oriente come altrove, deriva non soltanto dall'intolleranza religiosa di una minoranza fanatica. Come spiegava tempo fa lo stesso arcivescovo di Kirkuk in un'altra intervista: «I cristiani sono apprezzati per le loro opere sociali, rivolte e aperte a tutti indiscriminatamente: scuole, ospedali, opere di carità. Molte persone si rendono conto che l'esodo dei cristiani rappresenta un impoverimento per il Medio Oriente». Ma tante altre persone ritengono invece che questa caratteristica delle comunità cristiane costituisca un pericolo e vada contrastata. Da sempre e ovunque lo scandalo del cristianesimo è l'affermazione della piena dignità e del valore di ogni persona contro sistemi arcaici che fanno dipendere i diritti dallo status e dall'appartenenza e che antepongono la comunità alla persona. Il fondamentalismo islamico si presenta come un utile alleato contro questa rivoluzione antropologica che scardina strutture sociali e rapporti di potere millenari.
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