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Numero 476
del 22/05/2012
La nuova realtà dei Tea Party PDF Stampa E-mail
! di Stefano Magni
magni@ragionpolitica.it
  
martedì 19 ottobre 2010

Tea Party: questa etichetta sta iniziando a diventare famosa. Negli Usa questi gruppi politici di opposizione, totalmente privi di leader, collegati fra loro solo dal Web, sono sulla bocca di tutti da due anni.

Se vogliamo fissare una data di inizio di questo movimento della società civile dobbiamo risalire al 15 aprile 2009. E' in quella occasione che, per la prima volta, si è visto il marchio «Tea Party», come protesta anti-fisco indetta in occasione del Tax Day (il giorno in cui gli americani devono saldare gli ultimi conti col fisco). La proposta del nuovo movimento era stata lanciata, due mesi prima, quasi casualmente, in un talk show, dal giornalista Rick Santelli. Protestava contro il piano di Obama di rifinanziamento dei mutui, un progetto accusato di promuovere un cattivo comportamento, premiando cattivi pagatori a spese dei cittadini più onesti. «Ci vorrebbe un Tea Party per scagliare nel fiume di Chicago (la città in cui è iniziata la carriera politica di Obama) i peggiori titoli derivati». Detto fatto. Nei giorni e nei mesi successivi, siti internet dedicati al nuovo Tea Party hanno avuto un boom di visite. Associazioni locali già esistenti e già titolari di quel marchio si sono riorganizzate ed espanse. E dal web, rapidamente, il movimento si è riversato nelle piazze.

Il nome è dedicato alla Rivolta del Tè di Boston del 1773, atto iniziale della Rivoluzione americana. I patrioti del 1773 si ribellarono all'imposizione del monopolio del tè britannico, ultima vessazione dopo una raffica di nuove tasse imposte dalla Corona nei sette anni precedenti. Abbordarono i vascelli della Compagnia delle Indie Occidentale e rovesciarono tutto il loro prezioso contenuto in mare. Non fu una ribellione violenta. Niente di paragonabile agli orrori che di lì a un ventennio avrebbero insanguinato la Francia rivoluzionaria. Fu comunque il vero atto di nascita degli Stati Uniti d'America, sorti su una ribellione contro il fisco, simbolo di una monarchia arbitraria, in difesa delle libertà tradizionali.

«Tea Party» non è un nome scelto a caso dal nuovo movimento. La causa della sua nascita è l'affermazione di una nuova politica economica, da parte dell'amministrazione Obama, al cui confronto la Corona britannica era libertaria. Tre sono i fattori scatenanti di questa nuova, pacifica, «ribellione»: il piano salva-banche (bailout) iniziato dall'amministrazione Bush e proseguito da Obama; lo stimolo economico (stimulus) voluto dall'amministrazione democratica per «far ripartire» le imprese; infine la riforma sanitaria voluta dalla Casa Bianca, che aumenta il peso dello Stato nella tutela della salute dei cittadini (concetto dato per scontato in Europa, non in America). Il bailout ha provocato la protesta di quanti, colpiti dalla crisi delle banche, hanno visto salvare gli artefici della crisi stessa. Lo stimulus ha suscitato l'indignazione di quanti, avendo i conti a posto, hanno visto fluire milioni di dollari delle loro tasse nelle tasche dei peggiori spendaccioni d'America. Infine, con la riforma sanitaria, gli americani temono un maggior controllo pubblico sulle loro stesse scelte di vita, un peggioramento qualitativo del servizio sanitario (per minor competizione) e persino l'aumento dei costi, dovuto all'obbligatorietà di assicurazione.

A queste cause economiche se ne aggiungono altre di natura etica. Barack Hussein Obama ha subito introdotto, assieme alla riforma sanitaria, anche finanziamenti pubblici all'interruzione di gravidanza, una misura che è stata emendata solo nelle ultime votazioni al Congresso. Poi ha cercato di sbloccare i fondi pubblici sulla ricerca delle cellule staminali embrionali. Infine ha nominato il giudice Elena Kagan (una progressista convinta, anche se non smaccata) alla Corte Suprema. E non fa mistero di voler restringere il diritto individuale a portare armi. Tutte queste misure progressiste hanno sollevato l'indignazione dell'opinione pubblica più conservatrice d'America, che è affluita in massa nel Tea Party.

Le componenti del movimento, dunque, sono essenzialmente due: quella libertaria in economia e quella cristiana conservatrice nell'etica. Ma l'istanza è una sola: ridurre il peso dello Stato sulla società, tagliando sia le tasse che la spesa pubblica. E' una battaglia che interessa ad entrambe le componenti della destra americana: i conservatori lottano contro i finanziamenti pubblici (pagati con i soldi del contribuente) a ricerche e pratiche che giudicano immorali, come aborto e cellule staminali. I libertari vogliono semplicemente liberarsi dallo statalismo. Assieme sono una «tempesta perfetta» contro l'amministrazione democratica e l'ideologia progressista che la sostiene. Non sono «amici» neppure del Partito Repubblicano. Se sono nati, è proprio perché c'era una massa di delusi che non si sente rappresentata dall'opposizione istituzionale.

La caratteristica particolare del movimento è che non ha un leader, né segretari, né sezioni. Sono organizzazioni spontanee, locali. Si radunano solo per grandi manifestazioni, come quella del 4 luglio 2009 o quella, ancor più massiccia (mezzo milione di uomini) del settembre scorso. In un primo tempo si parlava di Glenn Beck come leader carismatico. Ma Beck è un giornalista, molto popolare, che ha solo svolto il ruolo di «megafono» di un soggetto politico che già esisteva.

Oggi si parla soprattutto di Sarah Palin, ex candidata vicepresidente alle elezioni (perse) del 2008. Ma anche in questo caso stiamo parlando di una «ultima arrivata». La Palin ha messo la propria firma su un movimento di cui condivide le idee, ma da cui viene tuttora vista con un certo sospetto. I due uomini-macchina sono soprattutto Dick Armey (ex leader repubblicano al Congresso) e Matt Kibbe (economista), autori del «Tea Party Manifesto» e guida dell'associazione Freedom Works (la libertà funziona). Poi ci sono politici che hanno accettato l'appoggio del movimento per farsi eleggere. Sono tutti repubblicani. Il più famoso è Scott Brown: grazie all'endorsment delle feste del tè è diventato senatore del Massachusetts, ponendo fine a tre decenni di dominio democratico della famiglia Kennedy. Le nuove avanguardie, coloro che hanno vinto le primarie repubblicane e si preparano ad affrontare i Democratici, il prossimo 2 novembre, sono Randall Howard «Rand» Paul nel Kentucky, Nikki Haley in South Carolina, Christine O'Donnel in Delaware, Joe Miller in Alaska, John Frullo e Charles Perry in Texas, Kristi Noem in South Dakota, Paul LePage nel Maine, Anna Little nel New Jersey, Sharron Angle nel Nevada, Jesse Kelly in Arizona, Carl Paladino a New York, Jeff Landry in Louisiana. Tutti costoro sono i volti noti del movimento. Ma non sono loro che lo hanno creato, o calato dall'alto. In America la democrazia parte sempre dal basso: il Tea Party fa il programma, i candidati lo sottoscrivono. E poi lo devono rispettare.

 

 

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