La recente visita del presidente iraniano Ahmadinejad in Libano rientra nella strategia diplomatico-militare tesa ad allargare il ruolo della Repubblica islamica nell'intero Medio Oriente. Il Libano, un Paese formalmente laico, multietnico e libero, viene ormai da tempo condizionato da numerosi attori esterni, che ne influenzano pesantemente la politica, spingendola ai limiti del fallimento di Stato. Il regime iraniano è tra i più influenti e presenti nella «terra dei cedri», finanziando e muovendo le fila di Hezbollah, suo braccio armato. Il Partito di Dio è supportato da una comunità sciita molto unita e ha una forza militare maggiore rispetto a quella dell'esercito governativo, grazie all'aiuto di interessi forti che tendono a imporre la propria egemonia sul Paese. La visita di Ahmadinejad ha suggellato la forza di Hezbollah e gli intendimenti iraniani di consolidare le proprie posizioni all'interno del Libano. Tutto questo nonostante le numerose assicurazioni di fedeltà allo Stato libanese pronunciate dai leaders sciiti del Partito di Dio. In realtà Hezbollah non ha mai riconosciuto o rispettato la legittimità del governo di Beirut, mantenendo una posizione ambigua: l'appoggio al governo è utile strumento a garantire e preservare la propria autonomia militare.
La visita di Ahmadinejad, se era stata presentata come una palese ed eclatante provocazione verso Israele, ha invece confermato altri propositi con gli appelli all'unità libanese e dell'intera regione. Una delle novità e quindi una delle chiavi di lettura più importanti delle dichiarazioni del presidente iraniano è la capacità di Teheran di far breccia verso la Siria, influente vicino e vecchio protettore degli affari libanesi, oltre ad aver spostato a proprio favore nella partita pro-Libano, e portato all'ostilità verso Israele, la Turchia. Più in generale, Ahmadinejad spera di ottenere una serie di utili dividendi dalla trionfale visita nel «Paese dei cedri». Dividendi che vanno ben oltre il semplice rafforzamento della leadership di Hezbollah sul territorio libanese. Ahmadinejad ha sicuramente incassato utili ritorni sul caldo fronte interno iraniano, placando l'ala conservatrice del suo governo, che lo aveva accusato, di recente, di essere troppo tenero nei confronti dell'Occidente. Il presidente della Repubblica islamica ha poi dimostrato, soprattutto al mondo arabo, come l'influenza di Washington nella regione stia scemando per mano della crescente forza iraniana.
Il Libano, che durante l'amministrazione Bush venne innalzato ad esempio di speranza di sviluppo della democrazia in Medio Oriente, è stato sostanzialmente abbandonato dall'amministrazione Obama. In altre parole, Teheran ha saputo approfittare della situazione, sfruttando a proprio vantaggio l'esitazione occidentale nei confronti del Libano, che ora rischia di diventare un vero e proprio Stato-satellite. Infatti c'è forte preoccupazione tra le fazioni libanesi cristiane e sunnite, sempre più sconcertate dal continuo processo di acquisizione dei circoli finanziari da parte di Hezbollah e dalla possibile radicalizzazione delle posizioni politiche libanesi. A dimostrazione di ciò c'è l'atteggiamento di Saad Hariri. Il premier libanese che non ha certo cambiato opinione sull'interferenza di Teheran nella politica interna del suo Paese, ma si rende conto suo malgrado che con un protagonista come l'Iran si deve dialogare per forza e, più di tutto, cooperare in economia.
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