E' ancora in una fase preliminare il tentativo di dialogo tra il governo Karzai e le truppe occidentali da una parte, ed i talebani dall'altra, almeno stando a quanto rileva oggi Dexter Filkins in un interessante articolo sul New York Times. Nonostante i tentativi messi in piedi dal governo afghano, infatti, gli incontri non hanno finora portato a risultati concreti, anche perché gli ostacoli sono ancora troppi. Da un lato non è ancora chiaro quanto i leader, o presunti tali, che finora si sono seduti ad ascoltare le proposte occidentali siano effettivamente rappresentativi della «galassia talebana». Dall'altro la mancanza di coinvolgimento del Pakistan impedisce qualsiasi possibilità di stringere accordi con i membri del così detto Haqqani network, una delle organizzazioni più importanti sul fronte talebano, che è legata a doppio filo con l'Isi, il famigerato servizio segreto pachistano. Non solo, ma il ruolo del Pakistan è centrale anche perché senza il suo via libera nessuno dei leader più importanti accetteranno mai il rischio di sedersi al tavolo delle trattative. Non è un segreto, infatti, che nelle prigioni dell'Isi siano rinchiusi 23 capi talebani, accusati di avere preso parte in passato a colloqui segreti con il governo afghano. Ed a loro è andata bene, considerando che di tutti gli altri si sono perse definitivamente le tracce. E' chiaro quindi che Islamabad non consentirà mai che venga negoziato un accordo senza un suo diretto coinvolgimento, il quale passa necessariamente attraverso una forte riduzione del coinvolgimento indiano nel paese degli aquiloni.
Non solo, c'è un altro fattore che ad oggi preclude di fatto ogni possibilità di accordo con i talebani. Fino a quando, infatti, essi saranno convinti di avere la vittoria in pugno, non accetteranno mai di sedersi intorno ad un tavolo per farsi dettare le condizioni da un governo considerato debole e sul punto di cadere. La prima ambiguità da cancellare, quindi, riguarda le operazioni sul campo, come d'altra parte avvenuto in Iraq, dove la scelta di coinvolgere i gruppi sunniti meno estremisti nel processo di stabilizzazione del paese si è rivelata vincente, ma prima è stato necessario portare le operazioni ad un punto tale che le forze americane fossero riconosciute come «the strongest tribe», la tribù più forte, secondo una celebre definizione di Bing West.
Per questo la vera priorità in Afghanistan rimane la formazione delle truppe (attraverso attività di training, mentoring and advising), come hanno confermato a Ragionpolitica gli ufficiali ed i funzionari della Nato incontrati durante il viaggio studio di due giorni organizzato a Bruxelles dalla Youth Atlantic Treaty Association (YATA), struttura che fa capo al Comitato Atlantico Italiano. Su questo punto, cioè sulla capacità delle Forze Armate afghane di assumere in prima persona la responsabilità sia del mantenimento della sicurezza sia della lotta ai talebani, è incentrata la strategia del generale Petraeus, che non a caso nei giorni scorsi è volato in Italia per incontrare il Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, e chiedere un ulteriore impegno da parte delle nostre forze armate. Durante l'incontro di Milano, le richieste di Petraeus sono state rivolte in particolare ad un aumento del numero di Carabinieri impegnati in teatro, senza i quali non si ritiene possibile imprimere la giusta accelerazione al processo di sviluppo delle Forze Armate e della polizia afghani. Ancora una volta l'Italia non si è tirata indietro ed il Ministro La Russa ha garantito l'invio di altri 400 uomini, ribadendo che il nostro paese non si tirerà indietro di fronte alle richieste degli alleati. Perché è ormai chiaro che il successo in Afghanistan passa sempre più attraverso l'impegno dei nostri uomini, che consentono al nostro paese di essere sempre più considerato un partner indispensabile sul complesso scacchiere internazionale.
Condividi questo articolo      
|