Con l'avvicinarsi dell'attesa data del 2 novembre, giorno in cui milioni di americani si recheranno alle urne per le elezioni mid-term per il rinnovo del Congresso, l'orizzonte si fa sempre più cupo per il partito di maggioranza e per la Casa Bianca. A dieci giorni dall'election day si moltiplicano infatti le pessime notizie per i Democratici e per il presidente Barack Obama, costretti a convivere con sondaggi sempre più allarmanti e poco rassicuranti statistiche relative ai fondi raccolti per la campagna elettorale. «I Democratici si trovano di fronte a un uragano di categoria quattro - ha ammesso Peter Hart, sondaggista democratico - ed è alquanto improbabile che riescano a mantenere il controllo della Camera dei Rappresentanti».
Nelle ultime settimane il già basso consenso che ha accompagnato i Democratici per tutto il 2010, dovuto al sempre maggiore scontento dei cittadini, è calato ulteriormente. «Stando alle previsioni degli esperti, la maggioranza democratica della Camera non sopravviverà al 2 novembre», ha scritto James Hohmann su The Politico, citando i dati degli esperti in sondaggi e previsioni elettorali: secondo Stu Rothenberg i Repubblicani potrebbero guadagnare dai 40 ai 50 seggi in più alla Camera dei Rappresentanti, ed eventualmente raggiungere l'insperata quota 60. Cifre impressionanti, specialmente se si considera che i seggi necessari per conquistare il controllo della Camera bassa sono solo 39. La conquista di uno dei due rami del Congresso da parte del GOP è data quasi per scontata, stando all'unanimità delle previsioni, e resta solo da verificare quale sarà il margine con cui i Repubblicani si affermeranno. Se si votasse oggi, secondo la media delle previsioni curata da RealClearPolitics, i Democratici si fermerebbero a 179 seggi certi, a fronte dei 212 dell'attuale opposizione, con circa 44 collegi toss up, ovvero in bilico e alquanto contesi tra i due schieramenti. «Tra i probabili elettori, i Repubblicani mantengono un vantaggio tra il 50% e il 43% - scrive Jonathan Weisman sul Wall Street Journal, con i dati dell'ultimo sondaggio WSJ/NBC alla mano - e nei 92 distretti della Camera considerati più competitivi, il vantaggio del GOP è di 20 punti».
Diverso invece il discorso relativo al Senato, nel quale la maggioranza dovrebbe restare al partito del presidente. Tuttavia, dato il già attualmente ridotto scarto tra le due formazioni nella Camera alta, l'affermazione dei Democratici potrebbe essere debole, garantendo scarsa governabilità per i prossimi due anni. «Il Senato potrebbe restare in mani Democratiche - scrive ancora Hohmann su The Politico - ma solo grazie al più limitato dei margini, così esile da rendere una manciata di moderati di entrambi i partiti le sole persone che decideranno se approvare o meno qualsiasi cosa». Le ultime previsioni, sempre affidandosi all'autorevole media di RealClearPolitics, prefigurano un Senato composto da 52 Democratici e 48 Repubblicani, ipotesi alquanto distante dalla super maggioranza di 60 senatori più volte sfiorata dal partito di Obama nel corso degli ultimi due anni, ma mai effettivamente raggiunta.
Per i numeri esatti, ovviamente, sarà necessario attendere i risultati della notte del 2 novembre. Ciò che tuttavia appare chiaro fin da ora a tutti gli osservatori è che le ormai imminenti elezioni mid-term porranno fine al primo capitolo della presidenza di Barack Obama. Il quale, dopo aver potuto godere per due anni del controllo del potere esecutivo e legislativo, oltre a una notevole (seppur iniziale) ondata di entusiasmo mediatico e popolare, si troverà molto probabilmente a dover fronteggiare almeno una delle due Camere in mano al non poco agguerrito partito di opposizione. Il quale, pur poco organizzato e in mancanza di un leader nazionale, nel recente passato è riuscito in più di un'occasione a mettere i bastoni tra le ruote al programma della Casa Bianca. «Il presidente che ha spinto per il Congresso quella che forse è la più ambiziosa agenda domestica della generazione si trova ora diffamato dalla destra, castigato dalla sinistra e abbandonato dal centro», notava amaro qualche giorno fa Peter Baker sul New York Times. «E si dirige verso il finale di campagna elettorale affrontando probabile ripudio, con gli elettori pronti a consegnargli un Congresso che, anche nel caso i Democratici mantenessero il controllo, sarà certamente meno amichevole nei suoi confronti rispetto a quello con il quale ha passato due anni lottando nel fango».
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