Il vice ministro per gli affari esteri georgiano N. Kalandadze ha dichiarato, l'undici ottobre scorso, che la Georgia abolirà unilateralmente i visti di ingresso per i cittadini delle repubbliche nord caucasiche della Federazione Russa. Gli abitanti delle repubbliche di Dagestan, Cecenia, Inguscezia, Ossezia del Nord, Kabardino-Balkaria, the Karachaevo-Cherkessiae e Adygea che si recheranno in Georgia per un periodo inferiore ai 90 giorni potranno così evitare le lungaggini burocratiche aumentate dalla perdurante assenza di relazioni diplomatiche dirette fra Mosca e Tbilisi, troncate dalla guerra dell'agosto 2008.
Questa facilitazione, secondo i georgiani, servirà a non penalizzare gli abitanti delle repubbliche del Caucaso settentrionale mentre le autorità russe da parte loro subdorano, e non a torto, una manovra georgiana atta a conquistarsi un capitale di simpatia presso le popolazioni del Caucaso settentrionale, non sempre entusiaste (come hanno dimostrato le ormai bisecolari guerre cecene) del dominio moscovita.
Le velleità «pan caucasiche» di Tbilisi sembrano essere confermate da un discorso tenuto a settembre all'Assemblea Generale dell'Onu dal Presidente Mihkail Saakashvili, nel quale il leader georgiano ha dichiarato che «non esiste il Caucaso Settentrionale o il Caucaso Meridionale, ma solamente un solo Caucaso». La Georgia inoltre ha dichiarato che attiverà entro breve un canale televisivo in lingua russa dedicato proprio ad un potenziale pubblico delle repubbliche nord caucasiche
Che la Georgia ambisca a diventare il paese guida di una sorta di «federazione caucasica» non è una novità, ma risale almeno alla caduta della Russia zarista nel 1917, quando la neonata Georgia indipendente cercò con l'aiuto della Germania imperiale di porsi alla testa di una federazione di popoli caucasici, tentativo poi naufragato a causa del collasso degli Imperi Centrali e dell'annessione della Georgia alla neonata Unione Sovietica.
Le ambizioni regionali della repubblica caucasica risorsero all'indomani del crollo di un altro impero, quello sovietico, quando il primo presidente della Georgia indipendente, l'ex dissidente Zviad Gamsakhurdia, inaugurò una politica nazionalista e «pan caucasica» che, se da un lato spingeva a sostenere attivamente l'indipendentismo anti-russo in Cecenia e Inguscezia, dall'altro restringeva l'autonomia delle minoranze interne georgiane, come gli osseti, gli abkhazi egli armeni. La politica velleitaria di Gamsakhurdia, che venne spodestato nel 1993 d un golpe appoggiato da Mosca, come prevedibile danneggiò i rapporti con la Federazione Russa, che ebbe così buon gioco nello strumentalizzare a proprio vantaggio l'indipendentismo Osseta e Abkhazo; così vennero gettate le basi per il conflitto armato russo-georgiano dell'agosto 2008.
La decisione di Mosca all'indomani della guerra del 2008 di riconoscere unilateralmente l'indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud effettivamente non ha facilitato la risoluzione dei conflitti caucasici, fornendo un precedete ad analoghe rivendicazioni di altri paesi della regione. Le dichiarazioni «pan caucasiche» di Saakashvili in ogni caso non potrebbero arrivare in un momento peggiore per la politica caucasica, segnata a sanguinosi attentati, come l'assalto al parlamento ceceno del 19 ottobre, e da un generale clima di tensioni socio-politiche, aggravate dalla sempre presente minaccia del terrorismo islamista.
L'Europa, e l'Italia in primis, non deve smettere di dialogare con la Russia e con tutti gli attori post sovietici perché l'Eurasia diventi uno spazio di cooperazione, di sicurezza e di sviluppo e non un'arena di scontro di anacronistiche rivendicazioni imperiali e micro-imperiali, che nel XXI secolo andrebbero solo a vantaggio di forze certamente non interessate alla creazione di un equilibro pan-europeo ed eurasiatico. L'estremismo religioso islamico, il traffico di stupefacenti e la pressione demografica del sud del mondo richiedono una risposta unificata, a Bruxelles come a Mosca, e come a Tbilisi.
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