Difendiamo la democrazia. I recenti attacchi mediatico-giudiziari diretti, come al solito, contro Silvio Berlusconi, ci mostrano la portata della violenza che si è scagliata contro un uomo che ha avuto il merito, dal '94 ad oggi, di rappresentare ed incarnare il desiderio di libertà del popolo contro élites politico-finanziarie che, insieme ad una minoranza di magistrati ideologizzata e a media asserviti, intendono riportare il nostro paese nelle condizioni della Prima Repubblica, in cui gli italiani erano prigionieri di una delega in bianco affidata al ceto politico.
Le ragioni dello scontro al calor bianco a cui stiamo assistendo nel panorama politico italiano sono mosse, come è accaduto negli ultimi 16 anni, da velleitarismi e brame di potere da parte di frammenti di classe dirigente marginalizzata dalla democrazia a mero residuo ideologico e nostalgico di una storia che ha fatto il suo tempo. Il primato della politica oggi non è più nelle corde dei «polli da allevamento» dei vecchi partiti, come D'Alema, Fini, Casini, ed il loro unico mezzo di conquista del potere è di assecondare la vera opposizione al Governo, che è quella costituita dal tritacarne mediatico-giudiziario di giornali ideologicamente antagonisti, di procure politicizzate, le nuove «case matte» che non predicano utopie salvifiche, ma producono fango per demonizzare il nemico Berlusconi.
Ogni mezzo è legittimo se è utile a screditare sul piano personale la figura del Presidente del Consiglio ed impedire al suo Governo di poter operare con tranquillità per il bene del Paese. Anche le ultime inchieste ed indiscrezioni, tra cui il caso della giovane marocchina Ruby, dimostrano come la «spazzatura mediatica» sia un'arma di distruzione dell'immagine del Presidente innescata ad arte. La stessa giovane ha affermato come le sue parole siano state travisate e distorte dal circo mediatico-giudiziario e ciò dimostra come, in realtà, esista sì una sorta di P3, ma organizzata per sconfiggere Berlusconi secondo il motto machiavellico «il fine giustifica il mezzo».
Mentre l'Esecutivo berlusconiano opera nella realtà secondo una «cultura del fare» legittimata dal consenso popolare, l'opposizione parlamentare ha perso ogni linguaggio politico alternativo e costruttivo. Agli avversari di Silvio, quindi, non rimane che la via extra-politica per affossare insieme a lui un modello di democrazia in cui il popolo, che è libero finché c'è Berlusconi, non può essere declassato a massa guidata da un ceto politico autorefenziale. La posta in gioco è quindi molto alta: siamo di fronte alla «battaglia delle battaglie» per difendere la democrazia da quelle élites che intendono sacrificare la politica sull'altare dell'ambizione personale.
I frammenti di classe dirigente nostalgici del regime partitocratico, che albergano sia nell'ambito della destra salottiera che nell'area di sinistra, ragionano ed agiscono secondo lo stesso approccio e fanno del relativismo culturale la piattaforma delle alleanze elettorali, separando la tattica dalla strategia politica e, con una buona dose di cinismo, ambiscono a creare, in nome dell'antiberlusconismo, governi non rappresentativi dell'esito elettorale del 2008, spacciando ipocritamente un governo tecnico come un esecutivo non politico. Parlano di riforma elettorale come se fosse il problema centrale della vita del Paese, celando dietro alla demagogia la volontà di ritornare ai vecchi sistemi in cui gli accordi di governo si prendevano sottobanco, a prescindere dalla volontà popolare. Si ergono a moralisti calvacando il battage mediatico-giudiziario cercando di ledere il consenso del premier attraverso la strumentalizzazione delle calunnie ed hanno l'arroganza di ritenere che le loro ambizioni coincidano con i desiderata della gente comune. Commettono, in definitiva, lo stesso errore di sempre: sono incapaci di leggere la politica del nostro tempo accecati dall'odio nei confronti di Berlusconi. Ognuno di essi, calandolo dall'alto, si appropria del ruolo di guida, di paladino del popolo, riducendo ciò che è nato nel ’94 ad una parentesi storica dell’Italia.
Silvio Berlusconi è l'uomo più perseguitato nella storia del nostro Paese. Per tali ragioni, rivestendo egli un ruolo istituzionale strategico per il Paese, diventa fondamentale poter porre in essere una formula, come il Lodo Alfano, che lo tuteli da attacchi extra politici. In questo periodo confusionario difendere la democrazia significa far sì che la sovranità popolare degli italiani sia sempre il perno centrale delle istituzioni del nostro Paese.
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