«Tutti i cristiani vanno considerati da oggi obiettivi legittimi per i mujahidin». Si tratta dell'appello inserito nell'ultimo comunicato diffuso pochi giorni fa dallo Stato Islamico in Iraq, la Al-Qaeda irachena.
Cosa sta accadendo e mutando negli ambienti jihadisti e come si ripercuote ciò sulla nostra sicurezza? Come nella maggior parte delle offensive jihadiste, mediatiche od operative, le cause che scatenano gli eventi vanno ricercate nel passato, lontano o vicino che sia, e nulla è lasciato al caso.
Egitto, dicembre 2004. Una donna cristiano-copta, moglie di un religioso copto, «sparisce». Il suo nome è Wafa Constantine. Le versioni sono discordanti: la donna è fuggita di casa per malintesi con il marito, insomma, una «pausa di riflessione» come la chiameremmo in Occidente, dicono i copti; la donna voleva convertirsi all'Islam, così è stata «rapita» dalla sua comunità e rinchiusa in un convento copto, insinuano i musulmani d'Egitto.
Che la condizione dei cristiani nel mondo arabo, e in particolar modo in Egitto, non fosse reciproca a quella dei fedeli musulmani in Occidente era chiaro e innegabile da tempo, e l'episodio della signora Contantine ne è una conferma. Non perché un cristiano non sia libero di scegliersi come religione l'Islam, e viceversa, ma perché l'episodio è andato oltre il mero fattore spirituale della religione, mostrando la parte più radicale della terza religione monoteista al mondo, l'Islam, quella parte che rifiuta ogni tipo di convivenza con i non musulmani e perfino con i musulmani considerati «fuoriusciti dalla retta via»: si tratta dell'Islamismo radicale, terreno di coltura e cultura del fenomeno jihadista.
Egitto, luglio 2010. Stesso luogo, stessa situazione, stesse insinuazioni. Questa volta a «sparire» è una giovane donna copta, anch'essa sposata con un religioso copto. Si chiama Kamilia Chehate, che però riappare alla fine dello scorso settembre in un video, diffuso su Youtube, in cui dichiara di non essersi convertita all'Islam, confermando così la sua profonda fede cristiana. Ma è tardi. La ben oliata macchina propagandistica jihadista ha già saputo approfittare della situazione, e della poca trasparenza che ha riguardato i due episodi, strumentalizzando la vicenda e dichiarando apertamente guerra non solo ai copti, ma a tutti i cristiani.
La scorsa settimana, il sopracitato Stato Islamico in Iraq ha diffuso un comunicato sul web in cui concedeva un ultimatum di 48 ore alla Chiesa copta egiziana per liberare le due «sorelle» nell'Islam. Il Cairo ha categoricamente rifiutato le minacce, e dopo 48 ore esatte, il 3 novembre, l'organizzazione qaedista irachena ha messo in rete un secondo comunicato, probabilmente già redatto e pronto per essere diffuso, con cui minaccia tutte le istituzioni religiose copte e cattoliche, prima fra tutte quella del Vaticano, si legge nel comunicato.
Tutti i cristiani sono dunque obiettivi legittimi per i mujahidin. A conferma della «serietà» di Al-Qaeda, il comunicato è firmato dal «Ministero della Guerra» dello Stato Islamico in Iraq. Si tratta soltanto di propaganda? Sfortunatamente i fatti dicono il contrario. Domenica scorsa Al-Qaeda ha tradotto in fatti le sue minacce, attaccando la principale chiesa di Baghdad, il cui nome, «Nostra Signora della Salvezza», non ha potuto nulla di fronte alla ferocia dei mujahidin: 58 morti, fra cui 54 civili, innocenti per l'opinione pubblica mondiale, colpevoli di essere «infedeli» per la corrente jihadista.
Ebbene, si tratta di un momento delicato non soltanto per la sicurezza del premier, ma per quella di tutto l'Occidente. L'allarme terrorismo è alto in Europa già da alcuni mesi. In questo confronto-scontro, il già tempestivo, attento e prezioso lavoro delle intelligence occidentali forse potrebbe non essere sufficiente. I tempi sono maturi per una reale collaborazione e responsabilizzazione delle comunità musulmane che nell'Occidente oggi sotto minaccia hanno trovato accoglienza, libertà di culto e un futuro più sicuro. Da loro, soprattutto da loro, ci si aspetta da tempo un'alzata di voce, per dire all'unisono due semplici ma fondamentali cose: l'Islam non è questo, pertanto rifiutiamo e condanniamo con fermezza atti violenti compiuti in nome della religione. Inoltre, si fa oggi più che mai urgente un intervento morale e diplomatico diretto dell'Occidente a sostegno dei cristiani che vivono in Medio Oriente e di una convivenza giusta e soprattutto reciproca, lontano da strumentalizzazioni politiche. Finché questo passo non verrà affrontato, non si farà altro che vivere in attesa di nuovi 11 settembre, 11 marzo, 7 luglio, 26 dicembre e rimandare alle future generazioni, ai nostri figli, il gravoso onere.
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