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Numero 476
del 22/05/2012
Se questa è la «nuova destra»... PDF Stampa E-mail
! di Alessandro Gianmoena
gianmoena@ragionpolitica.it
  
martedì 09 novembre 2010

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Il 9 novembre l'Italia ricorda la caduta del Muro di Berlino. Sono trascorsi più di vent'anni dal quell'evento, che decretò la fine di un mondo diviso in due blocchi, lasciando alle spalle il Novecento e le sue utopie. Don Gianni Baget Bozzo affermò che «il Novecento si era concluso con la vittoria della libertà». E quel mondo liberato dalla tecnologia e dalla comunicazione diffusa poneva problemi interamente nuovi. L'Affermazione della globalizzazione, la crescita delle dinamiche migratorie, l'espansione demografica, il nodo delle risorse energetiche, il confronto tra le culture del mondo, la fame nel mondo furono le grandi sfide degli  Stati. In questo contesto anche l'Italia ebbe i suoi cambiamenti, e la parola libertà diede fiato al cambiamento politico ed istituzionale con l'avvento della Seconda Repubblica. La cosiddetta «maggioranza silenziosa» ebbe voce grazie alla discesa in campo di Silvio Berlusconi e grazie a lui il linguaggio politico ideologico perse significato, lasciando spazio ad una politica che parlava dei bisogni e dell'affermazione della libertà contro ogni residuo utopico. Grazie a lui non solo gli italiani poterono scegliere in base ai programmi il proprio leader di governo, ma si affermò anche il bipolarismo, che ha consentito una maggiore governabilità delle nostre istituzioni. L'Italia adottava, quindi, il modello di gran parte degli Stati occidentali. Il centrodestra di Silvio Berlusconi ha cambiato la storia di questo Paese.

Ma ciò a cui si è assistito domenica, in occasione della convention di Gianfranco Fini, non può che rinnovare le motivazioni politiche e culturali di chi ha abbracciato il progetto che Silvio Berlusconi fece suo nel lontano '94. La direttrice tracciata da Fini a Bastia Umbra non sembra affatto orientata, come lui sostiene, al futuro, ma altro non è che un tuffo nel passato da parte di un frammento di destra che intende leggere il presente con le lenti offuscate delle categorie del pensiero politico della Prima Repubblica. Il linguaggio dei finiani, misto di ipocrisia, di ingenerose critiche al governo e di vuota demagogia ci ha offerto uno spaccato di quale destra avremmo avuto senza Silvio Berlusconi.

E non è un caso che D'Alema valuti positivamente il nuovo gruppo Fli. La storia, si sa, non è razionale, ma ragionevole, ed è proprio la sua ragionevolezza che ci fa comprendere che coloro che non tengono in considerazione il suo corso saranno destinati all'oblio. Oggi, infatti, i giovani leader d'un tempo dei partiti di fine Prima Repubblica, che sono minoranza nel Paese, tentano geometrie politiche di palazzo per poter cambiare la storia e riportarla indietro fino ai tempi della Prima Repubblica, come un nastro da dover riavvolgere ed incidere ab initio. Seppur provenienti da storie differenti essi parlano lo stesso linguaggio, frutto di un retaggio ideologico e nostalgico di un passato che si infrange contro la realtà del presente svuotandolo di significato.

Prima o poi tutti i nodi verranno al pettine sia a sinistra che a destra; Fini ha dimostrato con il controcanto di questi ultimi due anni di privilegiare la compiacenza dei salotti buoni del politicamente corretto, che per loro genia hanno sempre guardato a sinistra, piuttosto che contribuire a dare fiato al grande progetto del popolo del centrodestra unito sotto un'unica bandiera. L'invidia e il personalismo offuscano la mente e spesso riducono l'agire del politico a puro tatticismo di palazzo, privo di strategia e condito con una buone dose di cinismo. Ma sarebbe limitato pensare che tutto ciò che è accaduto sia solo il risultato di una mera ambizione personale. In realtà in questi periodi tumultuosi i finiani e la fondazione Fare Futuro vicina al Presidente della Camera ci hanno presentato un modo di intendere la politica ancorata alle categorie del pensiero politico supino alla residuale cultura marxista della sinistra, che oggi produce solo nichilismo di fronte alla scelte del quotidiano e che Fini maschera sotto la veste di un falso moderatismo.

Ma che significa essere moderati per Fini? Vuol dire forse edificare una società multiculturalista e laicista sconfessata ormai da tutti i Paesi occidentali, in cui ogni rilievo indentitario è considerato come segno di arretratezza del popolo, in cui la pace sociale viene garantita dallo svilimento delle culture ed il governo, invece, si fa espressione di un ceto politico che pretende la delega in bianco dai propri elettori e che si arroga il compito di creare un modello di italiano moderno? E' forse questa la nuova destra dei finani, in cui il giustizialismo ed il moralismo acquisiscono un significato ideologico per «purificare» la società. Dichiarare di definirsi "moderati", per i finiani, è un modo per ambire a realizzare geometrie politiche differenti dal bipolarismo berlusconiano, stabilendo alleanze dettate dalla mera gestione del potere.

I frammenti nostalgici del vecchio sistema politico condizionano, quindi, il lungo cammino di libertà che il centrodestra ha dato al nostro Paese. Ritornano le vecchie alchimie politiche: l'idea ventilata di un possibile appoggio esterno all'Esecutivo da parte di Fli e la possibilità di un governo tecnico alternativo a quello legittimato dalle urne del 2008 sono elementi che dovrebbero far riflettere anche quella parte di classe dirigente che ha scelto di seguire Fini. A loro diciamo che ogni artifizio che si proponga di aggirare le volontà del popolo non sarebbe mai perdonato dagli elettori, i quali, a loro volta, non sarebbero disposti a perdere la possibilità di poter scegliere un programma ed un leader per il governo del Paese, perchè questa è la vera scelta di libertà per il futuro dell'Italia. Dire di avere le «mani libere», come afferma il finiano Italo Bocchino, significa tradire il patto elettorale stipulato nel 2008, mettendo a rischio la stabilità del Paese ed ostacolando le politiche del Governo Berlusconi. Ciò che è accaduto martedì alla Camera, con il voto di Fli che si è unito all'opposizione a favore di un emendamento di revisione del Trattato Italia-Libia, quello che ha consentito i respingimenti degli extracomunitari, non è altro che una presa di distanza nei confronti del Patto sancito con gli elettori, che prevedeva un forte impegno del governo a favore della riduzione degli sbarchi di clandestini e che Fli, ora, dimostra di voler vanificare in nome di un velleitario  multiculturalismo.




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Commenti (1)
1. 11-11-2010 22:14
diritti e doveri.....
I finiani sono neri di fuori e rossi di dentro e vogliono anche loro,come i comunisti,rubare in regime di monopolio : solo per loro. 
Montecarlo docet !
Scritto da ale

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