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Numero 476
del 22/05/2012
Birmania. La vera libertà di Aung San Suu Kyi PDF Stampa E-mail
! di Stefano Magni
magni@ragionpolitica.it
  
venerdì 12 novembre 2010

free_suukyi.jpgIl 13 novembre è una data importante per il Myanmar, ex Birmania. Perché scade il periodo di detenzione agli arresti domiciliari di Aung San Suu Kyi, unica vera leader dell'opposizione democratica alla giunta militare birmana. Dire che torni a tutti gli effetti libera, come chiedono a gran voce le diplomazie occidentali, è però un'esagerazione. La «dama» (come la chiamano in Birmania) non sarà libera davvero. Non lo sarà dal punto di vista politico, perché non potrà riorganizzare né guidare il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, sciolto d'autorità lo scorso settembre dalla giunta militare. E non sarà nemmeno libera da un punto di vista civile, perché il regime ha prescritto una serie di restrizioni sui suoi movimenti, volte ad evitare che possa riprendere la sua attività politica. E' per questo che, anche allo scadere della data fatidica del 13 novembre, è possibile che non esca dalla sua carcerazione domiciliare. Tramite il suo legale, infatti, Aung San Suu Kyi ha dichiarato di non accettare la libertà vigilata che le viene proposta.

Il regime militare, comunque, ha firmato tutti i documenti necessari per il rilascio già il 12. Come questa vicenda andrà a finire è facile prevederlo: come nel 1995 (dopo i primi 7 anni di prigionia) o come nel 2009 (l'anno in cui avrebbe potuto essere liberata). Nel primo caso, la leader democratica fu liberata solo per vedersi negare ogni diritto politico. Lanciò un appello al regime per la democratizzazione del Paese, nel 1998, che passò completamente inosservato. Poi, nel 2000, ritornò in cella, nel 2002 fu rilasciata dopo aver condotto trattative segrete con la giunta al potere per raggiungere un compromesso. Ma appena un anno dopo fu arrestata di nuovo. Iniziando il suo secondo lungo periodo di arresti domiciliari. Nel 2009, invece, avrebbe dovuto essere liberata. Ma, ricevuta la visita di un misterioso ospite americano, subì una nuova condanna a tre anni di prigione e lavori forzati. Pena commutata in altri 18 anni di arresti domiciliari. La sua attuale, attesa, scarcerazione, dunque, potrebbe tradursi in un altro episodio di libertà passeggera, strettamente controllata da un regime che può porvi termine da un minuto all'altro. Un'illusione, insomma, come tutta la storia politica recente della Birmania.

L'unico periodo di democrazia questo Paese del Sud Est asiatico l'ha vissuto dal 1948 (anno dell'indipendenza dalla Gran Bretagna) al 1962, quando un colpo di Stato portò al potere una giunta militare socialista guidata dal generale Ne Win. Il nuovo regime, in piena guerra fredda (calda, in quella regione: iniziava in quegli anni la guerra del Vietnam) decise di adottare un sistema misto, prevalentemente socialista, ma indipendente dall'Urss. La «via birmana al socialismo», contrariamente ai totalitarismi più duri, tollera la religione buddista, purché collabori con il potere politico. Tollera la piccola impresa, purché sia in linea con le direttive economiche statali. Tollera la presenza di altri partiti politici, purché non mettano in discussione il regime. Questo sistema non ha garantito né libertà, né benessere. E l'equilibrio è saltato definitivamente nel 1988, quando scoppiò un'insurrezione, alimentata soprattutto dagli studenti. Il regime reagì con una brutale repressione armata, anticipatrice della tragedia di Tienanmen in Cina. Visto che il potere non si mantiene solo con la forza, ma anche con una parvenza di consenso, nel 1989 Ne Win diede le dimissioni. E la giunta acconsentì libere elezioni per eleggere un'Assemblea Costituente. L'unica opposizione fu la Lega Nazionale della Democrazia, guidata da Aung San Suu Kyi. Che pure era stata incarcerata nel 1988 per sovversione. Nonostante tutti gli ostacoli posti dal potere militare (che segretamente si teneva pronto a riprendere il controllo dello Stato), la Lnd vinse le elezioni del 1990 dominando completamente la nuova Assemblea Costituente. Per paura di perdere completamente il controllo della situazione, fu allora che i militari sciolsero l'Assemblea e restaurarono il loro autoritarismo.

Cosa successe dopo? Esattamente quello che era successo nel ventennio precedente. Nel 2007 l'equilibrio saltò di nuovo e scoppiò una nuova insurrezione, non violenta, questa volta ispirata dai monaci buddisti. La religione ha un grande ascendente sul Paese e la giunta si mosse in modo più prudente rispetto al bagno di sangue del 1988. Represse comunque la ribellione, poi promise subito nuove riforme ed elezioni. Questa simulazione di democrazia, in barba alle missioni diplomatiche occidentali (fra cui quella europea, guidata da Piero Fassino), è andata avanti fino al 7 novembre scorso, quando si sono tenute elezioni farsa, già vinte in partenza dal partito Unione per la Solidarietà e il Progresso, interfaccia «civile» dei militari ora in borghese.

Ora Aung San Suu Kyi può tornare libera. In fin dei conti non può più far nulla. Anzi: può perfino risultare utile ai militari. La sua scarcerazione, infatti, dovrebbe servire a disinnescare la maggior polemica internazionale. E la leader dell'opposizione, nelle intenzioni del regime, dovrebbe anche legittimare i suoi persecutori. La giunta militare, insomma, mantiene il potere assoluto cambiando nome e veste, mutando anche i toponimi (da Birmania a Myanmar, da Rangoon a Yangon), spostando la capitale da Yangon a Naypyidaw, ma rimanendo sempre la stessa cosa. Sopravvive creando illusioni, per chi ci vuole credere, fra cui anche quella che Aung San Suu Kyi sia veramente libera.




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Commenti (1)
1. 14-11-2010 12:32
Dal blog di Michele Cucuzza
VIVA AUNG SAN SUU KYI 
Attualità il 13 Novembre, 2010,  
 
Grazie a lei, alla sua storica testimonianza di non violenza, come Gandhi e Mandela, tutta l’umanità è più libera. 
 
http://www.michelecucuzza.com/?p=813 
 
Dal blog di Michele Cucuzza
Scritto da Federico

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