Si è parlato di «momento storico» per l'umanità quando il 2 luglio l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato all'unanimità la costituzione di una nuova agenzia, la UN Women (United Nations Entity for Gender Equality and the Empowerment of Women), dedicata alla lotta contro le discriminazioni di genere e alla promozione della condizione femminile nel mondo. Per il segretario generale dell'ONU, Ban Ki-moon, con la sua nascita inizia «una nuova era nel lavoro delle Nazioni Unite per le donne». Nella UN Women, che diventerà operativa nel gennaio del 2011, confluiscono quattro organismi da tempo attivi: lo UN Development Fund for Women, la Division for the Advancement of Women, l'International Research and Training Institute for the Advancement of Women e l'Office of the Special Adviser to UN Secretary-General on Gender Issues and Advancement of Women. A guidarla è stata chiamata l'ex presidente del Cile, Michelle Bachelet, affiancata da un Executive Board composto da 41 membri: sei scelti tra i maggiori Stati finanziatori mentre, delle rimanenti cariche, 10 spettano all'Asia, 10 all'Africa, 6 ad America Latina e Caraibi, 4 all'Europa dell'Est e 5 a Europa Occidentale e altri Stati.
È stata proprio la nomina dei Paesi da includere nell'Executive Board, decisa lo scorso 10 novembre dall'Ecosoc, il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite, ad aver suscitato le prime, peraltro del tutto prevedibili, perplessità sull'effettiva utilità di UN Women. Un vero e proprio scandalo è nato con la proposta dell'Asia di assegnare un posto all'Iran e proprio mentre da un momento all'altro si attendeva la notizia dell'esecuzione capitale di Sakineh Mohammadi Ashtani, la donna che una mobilitazione internazionale ha salvato dalla lapidazione per adulterio, ma che è stata tuttavia condannata all'impiccagione per concorso nell'omicidio del marito. Però l'Iran non è solo il Paese in cui le donne possono essere lapidate per adulterio. A Teheran gli agenti della polizia religiosa fanno irruzione nei locali pubblici per impedire che uomini e donne non imparentati siedano allo stesso tavolo e arrestano per strada le donne che offendono la morale lasciando sfuggire ciocche di capelli dal velo che le ricopre, mostrando unghie laccate e ostentando altre «armi di seduzione». L'Iran, inoltre, è anche uno dei Paesi islamici in cui è consentito il matrimonio temporaneo, purché di durata superiore ai 10 minuti (!), e in cui nel 1979, all'indomani della rivoluzione khomeinista, il regime degli ayatollah ha abbassato a nove anni l'età minima per il matrimonio delle donne, cosa che tuttavia non gli ha impedito di entrare nell'Executive Board dell'Unicef (il fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia).
Le proteste di alcuni governi e di numerose associazioni di difesa dei diritti umani hanno per fortuna indotto l'Asia a ripiegare su un altro Stato, Timor Est, candidato all'ultimo momento. Tuttavia è entrata nel Board l'Arabia Saudita, a pieno titolo in qualità di principale finanziatore: è ovviamente superfluo elencare le violazioni dei diritti umani subite dalle donne arabe, alle quali una sentenza del 2 novembre vieta addirittura di lavorare come cassiere nei supermercati in nome delle norme sulla separazione dei sessi.
Ma non basta. Sempre per l'Asia sono stati eletti, tra gli altri, Pakistan, India e Cina. In Pakistan, tutti lo sanno, la vita delle donne è delle peggiori: violenze domestiche impunite, matrimoni infantili e forzati, assoggettamento a padri e mariti e, per chi disobbedisce, l'omicidio d'onore o la terribile punizione dell'acido che sfigura irreparabilmente. L'India, dal canto suo, detiene il primato degli aborti e degli infanticidi selettivi: in 20 anni, oltre dieci milioni di bambine sono state abortite o uccise appena nate dai genitori per non dover poi pagare una dote al momento del loro matrimonio e ogni anno migliaia di mogli vengono uccise, simulando incidenti domestici, dai mariti scontenti della dote troppo esigua o mai del tutto pagata, un fenomeno tanto diffuso da aver indotto le autorità indiane a pretendere indagini da parte della polizia ogni volta che una donna muore per cause apparentemente accidentali entro i primi sette anni dal matrimonio. La Cina, infine, contende all'India il primato degli aborti e degli infanticidi selettivi da quando nel 1979, per contenere la crescita demografica, è stata varata la politica del figlio unico che induce molte famiglie a sbarazzarsi delle femmine primogenite per non rinunciare alla possibilità di avere un erede maschio. A ciò la politica del figlio unico aggiunge la violenza sulle donne costrette ad abortire contro la loro volontà e sterilizzate a forza.
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