Il 14 dicembre il Parlamento dovrà porre fine a quel disgustoso teatrino della politica che, messo in scena da una piccola «compagnia» di attori politici desiderosi di arrogarsi il ruolo di registi della XVI legislatura, non ha fatto altro che porre continuamente sotto ricatto la maggioranza eletta nel 2008. Questi teatranti, che forse non hanno mai ottenuto nella loro carriera un ruolo da veri protagonisti politici, pur di conquistare un momento di notorietà hanno scelto di recitare un copione i cui contenuti sono agli antipodi della loro originale identità, ricevendo così i plausi delle platee radical chic e politically correct di una sinistra involuta e distante dalla realtà.
E così, piano piano, i politicanti della nuova destra finiana hanno finito per divorziare anche loro, come è accaduto ai loro nuovi «amici» della sinistra, dalla realtà dei fatti. Si sono elevati a rappresentanti di una destra, come la definiscono loro, «moderna», tentando di affermare questo nuovo progetto attraverso giochi tattici e alchimie di palazzo mutuate da un passato durante il quale la politica risiedeva ai «piani alti» e il popolo, che da essa doveva essere rappresentato, era preso in considerazione solo nel momento in cui era chiamato a mettere nero su bianco un voto, che alla fine non era altro che una delega in bianco.
Come stabilito da Napolitano, dunque, il 14 dicembre dovrà venire a galla la verità. Dopo l'approvazione della manovra di bilancio, che avverrà entro i primi dieci giorni di dicembre, la crisi di governo verrà affrontata entro l'alveo del Parlamento, dove, come stabilito dalla Conferenza dei Capigruppo di Montecitorio, sarà sì votata, presso la Camera, la mozione di sfiducia al governo presentata dall'opposizione, ma solo dopo che sarà noto il risultato delle votazioni sulla fiducia all'Esecutivo effettuate a Palazzo Madama.
Mentre al Senato il Governo gode di una maggioranza blindata, sarà a Montecitorio, dove i finiani contano su una pattuglia un po' più consistente, che uscirà il verdetto definitivo sulla tenuta della legislatura. Alcuni esponenti di Fli, in questo momento, sono titubanti, consapevoli del fatto che, se si andasse ad elezioni anticipate, potrebbero rischiare di perdere la propria poltrona. E allora saranno costretti ad uscire allo scoperto: sconfesseranno il patto sancito con gli elettori, sacrificando per di più uno scranno parlamentare acquisito grazie ai voti che ha raccolto Berlusconi due anni fa o seguiranno le sirene finiane, per abbracciare un progetto tutto proteso a saziare gli appetiti personali dell'attuale presidente della Camera a discapito dell'interesse del Paese, che ora più che mai esige stabilità? In ogni caso, premesso che al Senato la fiducia verrà accordata al Governo, se a Montecitorio l'Esecutivo dovesse essere sfiduciato non vi sarà altra alternativa che andare al voto, anche perché, a quel punto, non esisterebbe alcuno spazio per dar vita a maggioranze artificiose.
Chi oggi invoca il principio di responsabilità nazionale, tentando disperatamente di sostanziarlo in un governo creato in modo verticistico, che dovrebbe essere calato dall'alto da parte di quelle nomenclature dei partiti che non si riconoscono in Berlusconi, non fa altro che calpestare coloro che, con il voto, questa responsabilità l'hanno affidata ad un uomo. Un leader dal quale la maggioranza dei cittadini si sente rappresentata e al quale essa ha confermato, anche alle ultime consultazioni europee, amministrative e regionali (poco più di sei mesi fa) il pieno consenso, esprimendo nei suoi confronti un alto tasso di gradimento proprio nel momento in cui, in Europa, tutti i leaders al governo, di fronte alla crisi, hanno perso appeal. Persino Obama, colui che era stato presentato come il messia anche dalla sinistra nostrana, come colui che avrebbe incarnato un nuovo modo di fare politica consentendo agli Stati Uniti di risollevarsi, ora, in occasione delle elezioni del Mid term, è stato bocciato dagli elettori.
Berlusconi, invece, alle elezioni regionali, ha stravinto le consultazioni di «medio termine»: di fronte a questa realtà, che evidentemente ha premiato la politica del governo, camuffare il desiderio di estromettere Berlusconi con la necessità di porre in primo piano il principio di responsabilità nazionale è una mera ipocrisia. Barattare, come ha fatto un democristiano di lungo corso come Buttiglione, la nascita di un nuovo governo di responsabilità nazionale (ovviamente senza il Cavaliere) con un atto di magnanimità nei confronti di Berlusconi, ossia con «il perdono giudiziario del premier», è un atto vergognoso, che testimonia, una volta di più, quanto l'accanimento giudiziario nei confronti del premier, guarda caso esploso solo dopo la sua discesa in campo, costituisca solo un espediente per sparare fango mediatico nei suoi confronti, tanto più che, ogni inchiesta che lo ha coinvolto, alla fine, lo ha sempre visto scagionato.
In questo momento di crisi e di instabilità dei mercati finanziari la tanto invocata responsabilità nazionale esigerebbe di porre fine a questo continuo stillicidio. Il Governo sin qui ben si è comportato, ottenendo anche il plauso di un'agenzia di rating internazionale come Standard&Poor's in merito alla politica di salvaguardia dei conti pubblici; nel caso in cui, in nome di interessi di piccolo cabotaggio, la legislatura dovesse concludersi prima del tempo, non vi è dubbio che dovrà esserci chi si assumerà la responsabilità, questa volta personale e non nazionale, di aver staccato la spina.
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