 Giovedì mattina l'euro é leggermente in rialzo. Vale 1,3594 dollari rispetto al 1,3553 dei mercati asiatici e al 1,3514 di Wall Street. I mercati finanziari sembrerebbero, dunque, voler rinnovare la loro fiducia sulle capacità della classe dirigente europea di affrontare i nuovi focolai di crisi. È finito, infatti, il bluff dell'Irlanda. Il Ministro dell'Economia irlandese, Brian Lenihan, ha dovuto cedere alle pressioni dell'Ecofin e dichiarare che «nonostante l'ampio ventaglio di misure adottato dal governo, l'Irlanda è un paese piccolo e se i problemi bancari sono troppo grandi per essere gestiti da un paese piccolo, l'Europa deve assicurarci che fornirà il suo aiuto e che tale aiuto sarà offerto in ogni modo necessario per rendere sicuro il sistema, perché facciamo parte del sistema europeo... e questa è la cornice all'interno della quale lavoriamo». E così partono i dispacci che, assicurano, una delegazione di ispettori da Bruxelles è pronta, valigie in mano, ad atterrare a Dublino per dare una energica rimescolata ai faldoni finanziari e contabili delle banche celtiche per pesare quante macerie bisognerà spazzare via. Ma a cosa è dovuto il brusco rallentamento dei tassi di crescita della «tigre celtica», poi sfociato in una pesante crisi del debito? E quali sono gli scenari che potrebbero emergere dai possibili metodi di risoluzione del vortice recessivo? Prima dell'imperversare della crisi del 2008 l'Irlanda aveva assistito a una fortissima crescita, dovuta principalmente alla politica di bassissime aliquote delle imposte societarie e alla messa in atto delle direttive della new economy, condizioni che avevano attirato gli investimenti di parecchie imprese straniere facendo impennare i grafici delle stime del Fmi e dell'Ocse. Il settore informatico, in particolare, aveva creato numerosissimi posti di lavoro, grazie alla localizzazione di imprese come la Dell, la Microsoft o la Intel. Ma fu proprio il settore IT a causare un primo rallentamento nel 2004. Quando si assistette, poi, al boom nel settore delle costruzioni, parecchi economisti avevano già predetto la nascita e il susseguente scoppio di una pericolosa bolla immobiliare. I prezzi delle case crollarono terribilmente. Ma il peggio arrivò quando emersero gli scandali bancari, trainati dagli effetti devastanti della crisi dei subprime, che costrinsero l'Irlanda a dichiarare ufficialmente l'inizio della recessione. Era il settembre 2008. Tra tutte, la Anglo-Irish Bank versava nelle condizioni peggiori, al punto da richiedere un sostenuto piano di ricapitalizzazione da parte del governo. Ad essa seguirono la Allied Irish Bank e la Bank of Ireland, decretando senza più alcuna ombra di dubbio il fallimento della politica di competitività fiscale irlandese. Bene. E adesso? Alcune stime prevedono che il costo per sostenere il settore bancario irlandese sarebbe lievitato fra i 50 e i 60 mld di euro, ossia quasi un terzo del Pil dell'Irlanda. Si tratterebbe di una manovra considerevole, che potrebbe richiedere il coinvolgimento di Bce e Fmi, il cui apporto creditizio è stato oggi quantificato in decine di mld di euro dalle stime del governatore della banca centrale dell'Irlanda, Patrick Honohan. Eppure, se i negoziati con l'Europa dovessero fallire per una qualche ritrosia irlandese a vedersi intaccate le proprie prerogative sovrane (proprio l'Irlanda aveva respinto col referendum del 2008 il Trattato che prevedeva una Costituzione per l'Europa), non si escluderebbe l'eventualità di un default del paese. Default che, mettendo a rischio soprattutto i risparmiatori europei, potrebbe creare un effetto domino con Portogallo e, forse, anche Spagna. La stabilità finanziaria europea ne uscirebbe permanentemente pregiudicata. Gli oneri di aggiustamento in seguito a una rischiosa crisi di insolvenza, peraltro caldeggiata dalla Merkel che propone di riformare il sistema europeo di risoluzione delle crisi con la possibilità di estese bancarotte, potrebbero costringere i paesi a rischio ad uscire dall'euro. L'Europa a due velocità sarebbe così separata da una cicatrice valutaria inguaribile e, forse, gli stessi presupposti dell'Unione verrebbero meno. Se i nostri leader hanno davvero a cuore quel progetto politico nato dalle ceneri calde della Seconda Guerra Mondiale per portare nuovamente la pace e la prosperità in un continente crivellato dai mortai, dovranno essere sufficientemente malleabili da integrarsi non solo da un punto di vista monetario ma, altresì, politico. Solo così, infatti, le scelte primarie saranno condizionate non dalle variabili economiche ma delle esigenze di crescita e dalle istanze sociali del popolo europeo. Condividi questo articolo      
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