Se c'è una forza politica oggi realmente a rischio, questa è senza dubbio Futuro e Libertà. Non sussultate pensando di aver appena letto una blasfemia, e provate a seguirci su questo binario. Dal discorso di Mirabello in avanti, Gianfranco Fini e i suoi colonnelli hanno sempre insistito sulla nascita di un «popolo» della «nuova destra». Unica prova, fino ad oggi, della putativa esistenza di questo popolo sono state le parole di Urso, Raisi, Bocchino e compagnia bella. La pervicacia con cui in ogni spazio televisivo i finiani hanno insistito su questo punto implica in re ipsa una sola cosa: questo fantomatico popolo «neofuturista» non esiste.
Che suddetti colonnelli ritengano la loro parola dotata di capacità demiurgiche è fuor di dubbio, così come è fuor di dubbio che la dialettica finiana non abbia saputo minimamente cogliere e fare proprio il Volksgeist italiano, lo spirito di popolo. E questo per una ragione semplicissima: Futuro e Libertà, che sulla carta si pone come forza nuova, moderna, di frattura con il passato, è assolutamente sprovvista di qualunque carica sanamente e apertamente rivoluzionaria nei confronti del «vecchio» che, negli intenti del fondatore, si dovrebbe abbattere. La sua esistenza si fonda esclusivamente su un personalismo a due facce: da un lato l'ambizione del suo leader, dall'altro l'individuazione, nei fatti se non nelle parole, di un avversario da abbattere, cioè il Cavaliere. Non esiste, in ogni esternazione degli esponenti di Fli, un singolo contenuto politico originale che possa rappresentare una reale cesura con il «passato». Fli è quindi un vaso politicamente vuoto. E il vuoto in politica è una categoria inammissibile: prima o poi è destinato ad essere riempito. Questo pone, già oggi, il problema della sopravvivenza di Futuro e Libertà. E' per questo che l'establishment della «nuova destra» ha premuto l'acceleratore verso quella che possiamo a tutti gli effetti considerare una «guerra lampo»: spingere nel più breve tempo possibile Berlusconi alle dimissioni e, quindi, aggredire immediatamente l'ardua cima himalayana dell'ipotetico governo tecnico. Temporeggiare significa morire. Prima ancora di esser nati. Questo perché l'assenza di un consistente blocco sociale di riferimento (non esiste il loro «popolo»), l'assenza di qualsivoglia contenuto programmatico realmente originale, di qualunque afflato innovatore rispetto all'avversario non consentirebbe mai e poi mai a Fli di reggere una guerra di posizione. Si manifesta così una paradossale forma di giustizia politica: Fini ha fatto della strategia del logoramento il proprio cavallo di battaglia, con il suo controcanto costante all'azione di governo, con i suoi pedanti distinguo, avvalendosi in maniera ambigua e spregiudicata del proprio ruolo istituzionale. Oggi non è inaudito postulare che egli possa perire politicamente sotto i colpi delle sue stesse armi. Questo perché è Fini a ritrovarsi oggi col cerino in mano, dovendosi giocare ogni singola goccia di credibilità residuale il 14 dicembre. E gli scricchiolii pesanti che già affliggono il palazzotto dei futuristi lo stanno a dimostrare: il ritorno all'ovile dell'onorevole Angeli è un primo significativo segnale. I dubbi tormentati manifestati da altri esponenti di spicco di Fli contribuiscono ad integrare un quadro decisamente poco roseo sulla tenuta e sulla stabilità di un partito per il quale la velocità d'azione e il «mordi e fuggi» sono l'unica strategia possibile. A questo aggiungiamo un percepibile risveglio del popolo, questo sì esistente e numeroso, che si riconosce politicamente nel Pdl: come riportano i sondaggi più recenti, la stragrande maggioranza degli italiani o manifesta aperta ostilità nei confronti di un presidente della Camera che ha fatto solo interdizione sistematica all'interno del partito che lui stesso ha contribuito a fondare, o, nella migliore delle ipotesi, non riesce a comprendere le ragioni politiche che hanno portato alla secessione futurista. Questo perché, semplicemente, ragioni politiche non ce ne sono. Che fare, quindi? Certo, i tempi stringono, e non si prospettano giornate facili per l'esecutivo. Ma in politica quattro settimane, le quattro settimane che ci separano dal doppio voto di fiducia, possono divenire un'era geologica: in questo lasso di tempo può succedere di tutto. E se il Cavaliere continuerà ad adottare un approccio improntato alla fermezza ed alla responsabilità, siamo convinti che avremo delle piacevolissime sorprese. Questo perché stavolta il fattore tempo gioca a favore di Berlusconi. Ecco spiegata l'insistenza con cui i finiani parlano di «scelte responsabili nell'interesse del paese», di «accanimento terapeutico per tenere in vita un esecutivo ormai morto», di «necessarie dimissioni del presidente del Consiglio». Ogni giorno che passa indebolisce sempre di più la cosiddetta «nuova destra» e garantisce spazio di manovra al «vecchio» Pdl. Potrebbe essere davvero l'occasione, pur nella ristrettezza dei tempi, di trasformare un'apparente sconfitta in una reale vittoria. E il Cavaliere non è nuovo ad exploit del genere. Condividi questo articolo      
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