Che cosa succederà di qui al 14 dicembre? Italo Bocchino a Omnibus ci ha chiarito ogni dubbio. Anzi, no. Dopo lunghe ed arzigogolate esternazioni, non è riuscito a rispondere alla semplice e diretta domanda della conduttrice: «Voterete la sfiducia al governo?». Risposta: «Si vedrà». Il capogruppo alla Camera di Fli, in evidente difficoltà ogni volta che per comprensibili esigenze dettate dai ritmi televisivi non può recitare il collaudato canovaccio ma deve improvvisare, scivola sistematicamente sulle innumerevoli bucce di banana con cui il suo capo ha ricoperto doviziosamente l'arena politica. La verità è, una volta di più, molto semplice: neppure loro sanno cosa faranno, o meglio cosa potranno effettivamente fare in base al sempre più esiguo spazio di manovra che hanno a disposizione.
Il costante moto elastico a cui è soggetto Fli, ovvero un'accelerata da palcoscenico cui puntualmente seguono due retromarce da videomessaggio, sta, giorno dopo giorno, usurando il motorino dei futuristi e ne sta rapidamente esaurendo il carburante: sono in riserva già al giro di prova, dopo aver promesso una folgorante partenza in pole position. Pare evidente che ci siano notevoli problemi di carburazione: suggeriremmo loro di consultare un tecnico da sempre amico che di queste cose se ne intende, ovvero il quasi parlamentare, quasi leader, quasi premier, quasi quasi, Luca Cordero di Montezemolo: chissà che per riparare la figuraccia fatta fare alla Ferrari non trovi, volenteroso come sempre, un brillante escamotage «tecnico» per rimettere i futuristi in pista...
Ma torniamo all'Italo nazionale: dopo aver maldestramente aggirato la fatidica domanda di cui sopra, egli si lancia verso le più ardite ed inaccessibili vette del teatro dell'assurdo. «Anche qualora Berlusconi ottenesse la fiducia il 14, questa sarebbe una vittoria di Pirro, e una sconfitta di tutti gli italiani, poiché nessuna stabilità avrebbe un esecutivo che possa contare su due o tre voti di scarto, nonostante lo shopping parlamentare». Errore, errore, e ancora errore.
Punto primo: in base alla consolidata capziosità partenopea che sempre contraddistingue la favella del signor capogruppo, egli mette già le mani avanti (chissà perché tutta questa prudenza?), cercando di sdoganare il concetto assurdo che la sconfitta di Fli nella battaglia decisiva sulla fiducia a Berlusconi, da lor signori voluta ad ogni costo, coincida addirittura con la sconfitta dell'Italia intera. Pur con tutta la buona volontà di questo mondo, non ci risulta che Bocchino nello specifico e Fli in generale non solo non rappresentino «l'Italia intera», ma neppure, a giudicar dai sondaggi, una parte significativa di questa. Ma, ormai lo sappiamo, alle latitudini futuriste le regole di ingaggio prevedono sempre che le responsabilità omissive e commissive si spalmino sul più ampio numero di soggetti possibile, fino a coinvolgere, addirittura, un popolo intero. Purtroppo, terminata la brillante rappresentazione ibseniana, anche Bocchino, nella quiete del suo camerino, si renderà conto che al popolo italiano non gliene può fregar di meno di essere educato e conculcato da solerti tutori che si sono autonominati unici interpreti del popolar sentire.
Punto secondo: l'eventuale vittoria di Berlusconi non sarà di Pirro e, anzi, la sconfitta dei finiani (non dell'Italia intera, ma solo dei finiani) sarà davvero la disfatta di Canne. Questo per due ragioni: è lecito e auspicabile pensare che l'esecutivo esca più forte di prima qualora riesca a superare questa crisi (comunque complessa e da non sottovalutare), mentre, allo stato attuale delle cose, la sconfitta di Fli sul voto di sfiducia ne esaurirebbe in un battibaleno lo scopo, la funzione, la stessa ragion d'essere: assisteremmo ad un triste e rapidissimo «effetto pupazzo di neve», perché una nuova primavera del Cavaliere coinciderebbe automaticamente con la stagione del disgelo. Fini può giocarsi tutto sull'exploit della sfiducia: né lui come leader né la sua «nuova destra» hanno sufficiente consistenza politica per combattere una battaglia a lungo termine. E per il placet di Fiorella Mannoia che può aver incassato, innumerevoli sono i soggetti (politici «amici», intellettuali, giornalisti inizialmente incuriositi) che hanno cominciato progressivamente a smarcarsi dalla slancio futurista del presidente della Camera.
Punto terzo: con un doppiopesismo ed un'attitudine al bipensiero degni del miglior leninismo, Bocchino si straccia le vesti denunciando la vergogna dello «shopping parlamentare». Ammettiamo la nostra difficoltà nel comprendere come, in assenza di vincolo di mandato, sia giusto, legittimo e magari doveroso che taluni parlamentari abbiano abbandonato il partito in seno al quale sono stati eletti per imbarcarsi sull'iceberg finiano, mentre dovremmo considerare indecoroso, indegno ed inaudito che parte significativa di detti parlamentari voglia fare ritorno all'ovile o che, qualora appartenenti ad una opposizione nella quale per ragioni più che comprensibili non si riconoscono più, abbiano deciso di supportare l'attuale esecutivo. Come dire che non conta il meccanismo, il quale può essere criticabile o meno - siamo d'accordo - ma conta sempre e comunque l'acquirente. Fini può, Berlusconi no. E perché, di grazia? Anzi, a volerla dire tutta, forse è più legittimato il Cavaliere, visto che il suo attuale ruolo gli è stato attribuito dalla stragrande maggioranza degli italiani, i quali ancora oggi (guarda un po') pare proprio abbiano terribilmente a cuore la stabilità, la tenuta e la continuità di questo governo.
Punto quarto: Napolitano non è, Deo gratias, Scalfaro. Assodato che senza l'apporto congiunto di Lega e Pdl non è immaginabile alcun governo di transizione, il presidente della Repubblica, solitamente saggio e prudente, non arriverà mai a perdere la meritata credibilità che si è costruito nel corso degli anni per fare un favore a Gianfranco Fini, la cui forza contrattuale, peraltro, risulta assai ridotta, per non dire insignificante.
In conclusione, non possiamo che rilevare con una punta di divertita amarezza che alla fine si ottiene sempre ciò che si è fortissimamente voluto. Fini non può lamentarsi: ha voluto aprire una crisi ad ogni costo pensando di poterla cavalcare, ha avuto l'ambizione di fondare un nuovo partito che doveva, negli intenti, porsi come ago della bilancia e tenere sotto scacco perenne il Cavaliere, ha fatto trapelare in maniera neppure troppo occulta l'idea che «per il bene del Paese» una «destra nuova» avrebbe pure potuto collaborare con gli avversari storici di sempre. Ora non sa davvero più che fare. Il perché ce lo spiega magistralmente Euripide: «Gli dei rendono pazzi coloro che vogliono distruggere».
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