Nella sala conferenze stampa di Palazzo Chigi, il ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna, e il vice presidente del Senato, Emma Bonino, hanno oggi apposto congiuntamente le prime firme alla raccolta «Petali di Rosa», promossa da Aidos e Amnesty International con l'obiettivo di raggiungere quota 8 mila, tante quante sono in media le bambine al mondo che rischiano ogni giorno di subire mutilazioni genitali, nella cruda osservanza di pratiche religiose. L'impegno italiano è dunque riconfermato in una veste bipartisan, affinché le istituzioni europee prendano atto dell'improcrastinabilità di un'opera di sensibilizzazione sulle tematiche della violenza sulla donna e, in particolare, sollecitino tutte le nazioni del mondo a prendere atto dell'aberrante pratica delle mutilazioni (MGF), sicuramente la peggiore forma di violenza oggi esistente, e a prevedere seri meccanismi per metterla al bando.
Già l'anno scorso - lo ricordiamo - proprio la Carfagna aveva posato una pietra miliare per la lotta alla violenza sessuale, grazie all'inserimento nel Codice penale di un nuovo articolo 612-bis, prevedente il reato di stalking. Tale reato, che in Italia è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni, non trova invece pieno e unanime riconoscimento in Europa, ciò che rappresenta una grave lacuna in un ordinamento, come quello comunitario, che si vanta di essere il più garantista in ambito di diritti umani.
Anche il presidente del Senato, Renato Schifani, ha manifestato la sua solidarietà in un messaggio inviato alla Consulta femminile regionale del Lazio per le pari opportunità, enumerando i numerosi successi del governo in questo campo, in particolare il «Piano nazionale antiviolenza, recentemente varato grazie all'impegno del ministro per le Pari Opportunità e prontamente recepito dal parlamento, il cui obiettivo è rafforzare la rete di servizi di assistenza alle donne vittime di violenza. Questi interventi - ha aggiunto poi Schifani - vanno però accompagnati da uno sforzo più ampio, una presa di coscienza generale che coinvolga tutto il Paese, una profonda rivoluzione culturale e sociale che porti ad una mobilitazione costante dell'opinione pubblica, nazionale e internazionale, affinché questo dramma possa essere affrontato senza pregiudizi e con unità di intenti».
E persino dagli scranni dell'ONU, quelli dai quali nel 1999 era stata emessa la risoluzione 54/134 istitutiva della celebrazione odierna, è in corso, già da parecchi decenni, una battaglia silenziosa, combattuta nelle anticamere di prestigiosi simposi fra i vari capi di Stato, per sottolineare la necessità di un impegno comune che sottragga all'attuale impunità i perpetratori di violenze e costringa i singoli governi a prendersi la responsabilità di una modifica normativa ma, soprattutto, socio-culturale.
Poste queste sfavillanti premesse, tuttavia, bisogna rendersi conto di un fatto: la tradizione e la cultura di un popolo sono difficili da trasformare. Nemmeno l'ausilio dei più efficaci deterrenti giuridici sarebbe in grado di sradicare millenari retaggi tribali e consuetudinari di certe società. Come dire a un nepalese che il chaupadi, abituale forma di segregazione delle donne in ovulazione nei pollai, al freddo e a stretto contatto con gli animali, non è una forma di prevenzione sanitaria ma una violazione gravissima dei diritti umani? Per non parlare della concezione che molti Paesi del Medio Oriente hanno della donna, come è emerso nel caso di Sakineh, emblema di una battaglia non già contro uno Stato in particolare, quanto piuttosto contro un diffuso modo di pensare.
L'impegno richiesto, come è evidente, è di gran lunga maggiore. Serve non solo una disciplina mirata a contrastare il fenomeno particolare, ma anche un più ampio ventaglio di programmi d'aiuto e sviluppo che siano in grado di migliorare il livello culturale delle popolazioni e renderle più aperte al confronto e al dialogo con gli altri popoli. Serve questo, soprattutto, per diffondere la consapevolezza dell'abiezione di certe condotte prive di giustificazione e collocabili esclusivamente su un piano di ottusa superstizione.
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