Qualche operazione segreta minore, molto rancore, ancora più diffidenza, tantissimi sospetti e un gran daffare a contenere la minaccia iraniana senza far scoppiare una guerra. E’ questa l’immagine della diplomazia statunitense che emerge dai documenti di Wikileaks. Una mole di 250mila «X-files» è già online sul sito di Julian Assange. E le carte più scottanti sono state pubblicate in anticipo da New York Times, The Guardian e Der Spiegel. Come nel caso dei precedenti segreti rivelati sui conflitti in Iraq e in Afghanistan, anche questi ultimi (i rapporti a Washington delle ambasciate americane in tutto il mondo) non rivelano nulla di veramente nuovo, né eclatante.
Si era troppo presto parlato di un nuovo caso Pentagon Papers, la fuga di notizie che mise in difficoltà l’amministrazione Nixon nel 1971 perché rivelò al pubblico (sul New York Times) che l’aviazione americana stava segretamente bombardando le basi dei VietCong in Cambogia, in territorio neutrale. I nuovi «papers» non rivelano nulla di simile. E' già stato detto, ad esempio, ciò che riguarda Silvio Berlusconi. Si sa che ha stretti rapporti con Vladimir Putin e per questo l’ambasciata lo considera una sorta di «portavoce» degli interessi russi in Europa. Abbiamo letto qualcosa di nuovo? No. Su La Repubblica e Il Fatto Quotidiano siamo abituati a leggere commenti molto più al vetriolo. Probabilmente gli stessi che i funzionari americani leggono, edulcorano e trasmettono a Washington, spacciandoli per «analisi». Se dobbiamo misurare su questo la serietà del lavoro della diplomazia americana, vanno presi con beneficio di inventario anche gli altri pareri, politicamente scorretti, su tutti gli altri leader europei e mediorientali presi di mira. Perché nelle comunicazioni confidenziali, Sarkozy è un «re nudo», Gheddafi un “ipocondriaco”, il presidente afgano Karzai un «paranoico» con un fratello trafficante di droga.
Molto più imbarazzante (sempre per l’attività estera degli Usa) è la scoperta dello spionaggio praticato ai danni di Ban Ki Moon, segretario generale delle Nazioni Unite e dei rappresentanti dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Cina, Russia, Gran Bretagna e Francia). Il segretario di Stato Hillary Clinton voleva tutte le informazioni biometriche (impronte digitali, Dna e scansione dell’iride) di tutte le figure chiave dell’Onu, informazioni di intelligence sulla loro attività, carte di credito e spostamenti. Questa operazione di raccolta dati coinvolgeva le sedi dell’Onu a New York, Ginevra e Roma e 33 ambasciate in tutto il mondo. Motivo? Diffidenza. Ed esigenza di monitorare programmi delle Nazioni Unite che avrebbero potuto favorire, direttamente o segretamente, reti terroristiche ostili alla sicurezza degli Stati Uniti. Stessa forma di spionaggio, a quanto risulta, è praticata attraverso le sedi del Cairo, Tel Aviv, Damasco e Riyad, per controllare i movimenti dei servizi segreti e delle forze di sicurezza palestinesi. E dalle ambasciate di alcuni Paesi africani (Congo, Uganda, Ruanda e Burundi) per scoprire loro eventuali relazioni e traffici con Stati canaglia quali la Corea del Nord e l’Iran, con l’ex canaglia Libia e con potenze rivali quali la Russia e la Cina.
Gli americani cercavano anche informazioni su eventuali contatti fra le classi dirigenti dei Paesi del Sahara e dell’Africa occidentale e Al Qaeda, alla luce dell’escalation di attività della rete terroristica di Bin Laden in quell’area. In America Latina, da quanto si evince, volevano essere sicuri che non vi fossero legami tra le élite politiche locali e i trafficanti di droga. E lo stesso criterio di diffidenza è stato applicato anche in un singolo caso in Europa, in Bulgaria, per saperne di più sul livello di corruzione del governo di Sofia. Anche qui: imbarazzo, ma niente di nuovo. Si tratta di attività comprensibili per un servizio segreto il cui compito è quello di proteggere le vite degli americani. Fa specie, piuttosto, che queste informazioni siano uscite alla luce del sole, compromettendo tutte le operazioni di intelligence (utili o meno che siano) ancora in corso. Si scoprono gli altarini anche sui fallimenti della Cia. Si apprende, per esempio, che gli agenti americani volessero mettere le mani su grandi quantità di uranio arricchito in Pakistan, per impedire che finisse nelle mani sbagliate, cioè quelle dei terroristi islamici. Il tentativo di prelievo non è riuscito. In compenso, la pubblicazione dei documenti che ne parlano potrebbe creare molti problemi agli americani in Pakistan, nell’immediato futuro. Sempre sul Pakistan apprendiamo tutta la sfiducia che il re saudita Abdallah nutre nei confronti del suo presidente Zardari: «il marcio parte dalla testa» avrebbe detto, con una metafora nemmeno troppo sottile, il monarca di Riyad. Si scopre che la massiccia ondata di violazioni della sicurezza di Google è stata effettivamente opera del regime di Pechino, come si sospettava.
Secondo un rapporto di una fonte locale del Dipartimento di Stato, il Politburo del Partito Comunista Cinese starebbe conducendo una massiccia opera di hacking dal 2002, ai danni del Dalai Lama e di compagnie private occidentali. Apprendiamo che il «capriccioso» Gheddafi, solo per il fatto di non aver potuto montare la sua tenda a Manhattan, minacciava di rendere alla Russia l’uranio arricchito precedentemente acquistato per il suo programma nucleare, poi interrotto nel 2003. Tutta la vicenda è poi finita in un nulla di fatto, da quanto si sa dai documenti emersi. Segnali poco incoraggianti arrivano dal fronte della lotta al terrorismo: si apprende infatti che i maggiori donatori segreti della rete di Al Qaeda sarebbero ancora i sauditi. E che i servizi segreti del Qatar, lungi dal collaborare con gli alleati occidentali, avrebbero chiuso un occhio (o due) su noti terroristi, per evitare di apparire troppo schierati dalla parte degli Usa. Sappiamo, da questi documenti, che i raid condotti contro le cellule di Al Qaeda nello Yemen sono opera degli americani, coperti dalle autorità locali che se ne sono assunti tutta la responsabilità per evitare reazioni della loro opinione pubblica. Ora che l’opinione pubblica di tutto il mondo ne è informata, si attende una reazione ancora peggiore. Sul fronte libanese sarebbe fallito il tentativo americano di impedire il trasferimento di armi dalla Siria a Hezbollah. Grazie a questa sconfitta, il movimento islamico nemico giurato di Israele è ora in possesso di un arsenale ancor più grande rispetto a quello che disponeva prima della guerra del 2006. Infine emergono particolari poco confortanti sulla scarcerazione e l’esilio di molti sospetti terroristi detenuti a Guantanamo. Sarebbero stati letteralmente scambiati con favori politici e grandi somme di denaro, perché nessuno, inizialmente, li voleva sul proprio territorio.
Tutti questi files rivelano una grande debolezza nella gestione della politica estera statunitense nell’era della competizione con la Cina e della lotta al terrorismo. Il vero protagonista delle carte segrete di Wikileaks, comunque, non è il Dipartimento di Stato, né l’Onu, né Berlusconi. L’oggetto della preoccupazione americana, da quanto emerge, è soprattutto uno: l’Iran. Il suo presidente, Ahmadinejad è visto come un nuovo Hitler. Si dà per scontato che voglia dotarsi di armi atomiche per annientare Israele e ricattare gli Stati arabi del Golfo. I quali, a partire dall’Arabia Saudita, hanno chiesto a più riprese agli Usa di intervenire militarmente per fermare in tempo il programma atomico di Teheran. A queste pressanti richieste gli Usa hanno sempre risposto gettando acqua sul fuoco. L’unica reazione concreta alla minaccia iraniana è, finora, quella delle sanzioni. Anche se, proprio ieri, Washington ha fatto sapere che l’opzione militare è ancora sul tavolo. Ebbene, quello sull’Iran è l’unico segreto che gli americani avrebbero divulgato volentieri, l’unico su cui la Casa Bianca può giocare al rialzo dopo la sua comparsa online. Perché far sapere ad Ahmadinejad che tutti i suoi vicini vorrebbero fargli la guerra (e che solo grazie alla pazienza di Bush e Obama non è ancora scoppiato un conflitto) è un invito a comportarsi meglio. Ed è un segnale lanciato soprattutto all’opposizione iraniana: fate in fretta a sbarazzarvi di una classe dirigente che vi ha messo contro tutto il mondo e vi sta portando sull’orlo del baratro
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