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Numero 476
del 22/05/2012
Afghanistan: i risultati delle elezioni creano incertezza PDF Stampa E-mail
! di Matteo Gualdi
gualdi@ragionpolitica.it
  
sabato 04 dicembre 2010

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Sono stati resi noti mercoledì dalla IEC, la Commissione per i reclami elettorali, i risultati finali riguardo alle elezioni, tenutesi il 18 settembre scorso, per il rinnovo della Wolesi Jirga, la Camera bassa di Kabul, ma a quanto pare anziché portare un po’ di stabilità nel paese sembrano destinati a gettarlo in un nuovo periodo di incertezza. Ammonterebbero a circa un milione e mezzo le schede annullate, pari a quasi un quarto dei voti espressi, ed i candidati esclusi sarebbero circa un centinaio, di cui 24 già proclamati eletti lo scorso 20 ottobre (quando la Commissione annunciò la lista degli eletti nonostante i risultati non fossero definitivi). Così, quando l’Assemblea Nazionale si insedierà (probabilmente a gennaio, ma la data potrebbe slittare), potrebbe risultare talmente indebolita dalle accuse di brogli da risultare paralizzata, impossibilitata a svolgere le proprie funzioni, prima fra tutte quella di bilanciamento nei confronti del potere esecutivo. Non solo, la composizione delle camere potrebbe non essere rappresentativa delle diverse etnie del paese, con un effetto devastante sulla stabilità delle istituzioni.

Mentre in Iraq, infatti, il primo parlamento eletto dopo la caduta di Saddam Hussein non rappresentava sufficientemente i sunniti perché questi ultimi avevano deciso di boicottare le urne, in Afghanistan potrebbe avvenire che, pur avendo deciso di sfidare i talebani andando a votare, alcune minoranze non si trovino sufficientemente rappresentate perdendo così ogni fiducia nel processo democratico. Il risultato finale rischia di essere un duro colpo per la credibilità delle giovani istituzioni di Kabul, e le elezioni, che avrebbero dovuto rappresentare un passo avanti verso la stabilizzazione del paese rischiano invece di gettarlo in un nuovo periodo di incertezza. Un bel problema che potrebbe mettere in dubbio anche la “road map” messa a punto dalla NATO a Lisbona, che indica il 2014 come anno di inizio del progressivo ritiro delle truppe, anche se, come ha detto martedì il Ministro La Russa intervenendo al convegno «Afghanistan: un impegno necessario», organizzato dalla Fondazione Nuova Italia, «le date stabilite sono delle ipotesi che dovranno essere confermate dai progressi sul campo». «Solo quando la missione sarà finita – ha aggiunto La Russa – potremo tornare a casa». Già, ma quando potremo dire che la missione è finita? Su questo il nostro Ministro della Difesa è stato chiaro: «sarebbe un errore pensare di dover aspettare che l’Afghanistan sia perfetto e che Kabul assomigli a Ginevra» per dichiarare raggiunti gli obiettivi che l’Occidente si è prefissato ed iniziare il disimpegno, che sarà possibile una volta raggiunte «le condizioni minime di autonomia e sicurezza» del paese. Per questo, ancora La Russa a proposito del presidente Karzai ha sottolineato «il problema non è se piace a noi, ma se piace agli afghani, questa è la democrazia.» Ma se è vero che in democrazia è il popolo che sceglie i propri governanti, ciò che però l’Occidente ha il diritto ed il dovere di chiedere all’amministrazione di Kabul è impegnarsi seriamente a governare nell’interesse di quello stesso popolo che lo ha eletto, cominciando dal contrasto alla corruzione, una piaga molto, troppo, diffusa nel paese che mina la fiducia dei cittadini nelle fragili istituzioni democratiche.

Secondo Transparency International, infatti, l`Afghanistan è il terzo paese più corrotto della terra, dietro Somalia e Myanmar, ed è questo uno degli aspetti che preoccupa maggiormente le cancellerie occidentali, come sintetizzano anche i dispacci inviati a Washington dall`ambasciata americana a Kabul resi pubblici nei giorni scorsi da wikileaks e puntualmente ripresi dal New York Times. Per questo è importante che l’Occidente prosegua sulla strada del «comprehensive approach», che prevede non solo un forte impegno militare ma anche politico e diplomatico, nella consapevolezza che non basta soltanto garantire la sicurezza dei cittadini nei confronti dei talebani per poter dichiarare raggiunti gli obiettivi in Afghanistan, ma che occorre anche che il paese esprima un governo in grado di guidare la ricostruzione necessaria affinché la popolazione possa finalmente raggiungere livelli di vita soddisfacenti. In gioco non c’è soltanto la vita di milioni di cittadini afghani ma anche la credibilità dell’Occidente, come ricordato dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno, in conclusione del convegno: «la guerra in Afghanistan non è importante solo di per se stessa, ma lo è soprattutto in quanto simbolo dello scontro in atto tra Occidente e fondamentalismo islamico. Questa è la ragione del nostro impegno, per questo non possiamo perdere, perché un’eventuale sconfitta avrebbe immediate ripercussioni in tutto il mondo, minando profondamente non solo la nostra sicurezza ma anche la nostra credibilità».




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