«Si profila chiaramente un ritorno alla violenza organizzata incentivata anche dal tipo di polemica sviluppata da alcune forze politiche e da alcuni giornali che si stanno assumendo gravissime responsabilità. Quello che è accaduto oggi a Roma presenta una gravità straordinaria. Si è chiaramente perseguito il duplice obiettivo della doppia "spallata", quella parlamentare e quella di piazza». Così l'onorevole Fabrizio Cicchitto si esprime in una agenzia. Come ha sottolineato in una nota il Ministro degli Interni, solo la presenza dei blindati ha impedito che la torma di futuri «ricercatori» riducesse a macerie Camera e Senato. Questo mentre taluni «onorevoli» discutevano in Transatlantico sulla opportunità di misure di sicurezza così eccezionali, e se queste concretizzassero o meno una violazione del diritto a manifestare il dissenso. Evidentemente suddetti «onorevoli» erano certi della loro incolumità qualora l'orda visigota di scaldabanchi avesse fatto irruzione in Parlamento.
Bombe carta, fumogeni, camionette cariche di mattoni (i vecchi «sanpietrini» sono ormai passati di moda...), spranghe, picconi, sedie e tavoli usati per sfasciare teste e vetrine. Questo è stato lo spettacolo orrendo che hanno offerto i «manifestanti» ai cittadini romani martedì. Cittadini che è presumibile si ricorderanno, nel caso in cui si verificasse il caso di tornare alle urne, di quanti hanno sobillato, fertilizzato e strumentalizzato un clima di odio cieco e implacabile nei confronti dell'attuale esecutivo. E non solo dell'esecutivo: il tiro al bersaglio cui è stato sottoposto Bonanni qualche mese fa alla convention del Pd rientra nell'ambito di questa nuova strategia della tensione. Una strategia dietro alla quale è difficile individuare un background politico organico e definito. Siamo di fronte alla «moltitudine» di cui parlava Toni Negri in «Empire»: una massa di vasi vuoti destrutturati pronti ad essere riempiti di qualunque sostanza blandamente ideologica.
Per rendersi conto della pretestuosità assoluta della «manifestazione» basta ascoltare le perle di saggezza che sono uscite dalle boccucce di rosa dei partecipanti: nessuno ha dimostrato di avere perlomeno letto il testo della riforma. Nessuno ha opposto nemmeno la più vaga argomentazione tecnica di merito riguardo al Ddl Gelmini. Dopo la consueta snocciolatura di banalità da Bar Sport su tagli, futuro e diritto allo studio, il succo è sempre il medesimo: la riforma è sbagliata perché porta il nome di Maria Stella Gelmini, Ministro del Governo Berlusconi. E che? Serve altro? No, ovviamente. Questo è più che sufficiente per buttare il cervello all'ammasso e scatenare l'Inferno per il centro di Roma. Ma, scusate, in questo sfacelo abominevole, la politica dove sta? Nel prendere a sprangate un poliziotto? Nel gettare ordigni davanti al Parlamento? In Bersani che, dimostrando ammirevole slancio giovanilistico, gioca a fare Spiderman sui tetti dell'Accademia?
Forse per qualcuno «riformare l'Università» significa ritornare al «metodo ‘68», ovvero quello che prevedeva le tesi collettive, il 18 politico, i comitati di gestione studentesca, il conseguimento di cattedre e posizioni di preminenza per «meriti politici». Il tutto debitamente sostanziato e coadiuvato dall'azione «riformatrice» dei «servizi d'ordine», i Katanga, per capirci, quelli che posero definitiva «sanctio» alla «riforma» sessantottina non con una comune penna biro, ma con le Hazet 36 intinte nel sangue. Oggi, come allora, c'è chi pensa che la «scuola giusta» sia quella che garantisce il massimo risultato con il minimo sforzo. E oggi come allora il primo obbiettivo dei geni incompresi consiste, ancora una volta, nell'impadronirsi del significato delle parole: «merito», innanzitutto. Merito che non è più criterio severamente selettivo atto, in primo luogo, a garantire che l'eccellenza sia premiata e la mediocrità no. Merito che non è più elemento fondante di un sistema scolastico/universitario sano, proficuo ed efficace. Ma «merito» che significa invece garanzia di nullafacenza ad vitam per soggetti che già difficilmente riescono ad articolare locuzioni di senso compiuto, figuriamoci cosa potrebbero fare se li lasciassimo liberi di pasticciare con beute, provette, becchi Bunsen o isotopi radioattivi. Il tutto ovviamente a spese dello Stato. Cioè a nostre spese.
La cosa più tristemente sconvolgente ed amara è proprio lo spettacolo di beceraggine e nullità culturale che i «manifestanti» offrono: ragazzi che a 16, a 18 o a 20 anni non sanno nulla di nulla. Nemmeno di una riforma che li riguarda o li riguarderà da vicino. Abituati come sono a «parlare» l'inintelligibile e telegrafico linguaggio degli Sms saltano di luogo comune in luogo comune, senza essere in grado di esprimere un dissenso, condivisibile o meno che sia, concretamente e politicamente argomentato e criticamente sostanziato. Ora, viene spontaneo chiedersi quale sia stato l'influsso di famiglie, insegnanti, guru da centro sociale nel produrre una tale nullità, una tale inconsistenza politica, un tale scempio generazionale.
Falle evidenti di un sistema educativo al quale, finalmente, la riforma Gelmini tenta di porre un argine solido. Basterà da sola? Forse no, ma certamente risulta un primo e significativo passo nella direzione giusta. Certamente una riforma scolastica non può sostituirsi al fondamentale ruolo educativo demandato alla famiglie in primis ed al singolo docente in secundis.
Perché è inutile girare attorno all'argomento: al di là dei facinorosi e dei registi, occulti e manifesti, di questa barbarie che ci ostiniamo a chiamare «manifestazione», il vuoto che affligge la maggior parte di questi giovani non è solo culturale ed intellettuale, ma, con tutta evidenza, emotivo ed interiore. Portatori di un disagio di cui, al di là della legittimità del medesimo, bisogna tener conto, si sentono troppo spesso abbandonati a se stessi, facile preda di modelli culturali deprecabili, profondamente soli. E quale miglior modo per avere il proprio quarto d'ora di celebrità, per acquisire un ruolo sociale o simulare di avere una personalità in realtà inesistente o comunque non adeguatamente sviluppata che sfasciare qualche vetrina o scucire la testa ad un poliziotto? Incassando, per di più, il placet di «forze politiche» a cui del loro benessere, scolastico e non solo, nulla gliene importa ma che, a seconda della necessità, nessuno scrupolo si fanno a strumentalizzarne gli umori belluini. Quando si renderanno conto di chi realmente stia giocando, e giocando sporco, sulla loro pelle e sulle loro aspirazioni, trattandoli come se fossero scimmie allo zoo, alle quali, magari svogliatamente, si tira qualche nocciolina per vederle azzuffarsi tra loro?
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