Il voto parlamentare del 14 dicembre ha sancito, in maniera inequivocabile, come in Italia non esista alcuna maggioranza alternativa a quella guidata da Silvio Berlusconi. Persino la sinistra, che sino ad ora non aveva fatto altro che osannare, strumentalmente, un presidente della Camera «con la bava alla bocca» verso il «dio potere», pronto a scalzare con ogni mezzo Berlusconi, ora sarà costretta a prendere atto del fallimento di Fini, colui sul quale essa aveva riposto le sue ultime speranze di far fuori il Cavaliere.
Coloro che, ora, tentano disperatamente di ridimensionare il successo di martedì, dipingendolo come una semplice vittoria numerica, fingono di non aver colto la cifra dell'esito della votazione parlamentare, che non ha una portata esclusivamente algebrica, ma anche e soprattutto politica. Chi ha presentato la mozione di sfiducia, infatti, voleva dimostrare al Capo dello Stato che, con l'uscita di Fli dal Governo, si sarebbe potuta mettere in piedi una maggioranza alternativa, dando vita ad un governo tecnico o di responsabilità nazionale calato dall'alto e capace di affondare per sempre Berlusconi.
Con il voto del 14 dicembre il Parlamento non solo ha riconfermato la leadership del premier, ma ha anche sancito ufficialmente, in maggioranza, il rigetto di tutti quei tatticismi politici, propri della prima Repubblica, che qualcuno, da un po' di tempo a questa parte, stava rispolverando per dare fiato a propri disegni di potere. In sostanza la maggioranza del Parlamento ha deciso responsabilmente di mettere in primo piano la salvaguardia dell'interesse nazionale e di non disattendere, come accadeva in passato, il proprio principio di rappresentatività svuotando, con una congiura di Palazzo, il fondamento costituzionale della sovranità popolare, la cui volontà era stata espressa chiaramente nell'aprile del 2008.
Un altro dato che emerge, alla luce del risultato del 14, è il fallimento del sogno finiano di creare una nuova destra, moderna, costituzionale, europea e patinata; un sogno che, oltre ad essere confuso e lontano anni luce dalle pulsioni e dalle istanze degli elettori moderati, è svanito nel momento in cui Fli, la creatura a cui il presidente della Camera aveva dato vita per sbaragliare Berlusconi, si è spaccata. Essa, probabilmente, perderà ancora altri pezzi, a testimonianza che un progetto autoreferenziale e squisitamente tattico, privo di una vera strategia politica, non può avere sbocchi significativi. In sostanza il progetto di Fini, ora ufficialmente all'opposizione, è morto ancora prima di poter passare al vaglio di qualsiasi giudizio popolare: il presidente della Camera ha ormai perso credibilità, poiché si è reso protagonista di uno spaventoso autogoal, dimostrando a tutta l'Italia che al di fuori del centrodestra di Berlusconi non vi è un'altra opzione credibile. Anche perché, chi martedì ha avuto «il piacere» di ascoltare il capogruppo di Fli alla Camera Italo Bocchino non può non aver colto il tono da delirio dipietrista del suo discorso, che, oltre a ricollocare Fli fuori dall'alveo del centrodestra, collide anche con l'ipotesi di un' alleanza, da parte del partito di Fini, con una formazione più moderata quale quella di Casini.
Con la sua sonora sconfitta l'ex delfino di Almirante non ha fatto altro che rinvigorire la posizione di Berlusconi, che, forte dell'abbandono definitivo di qualsiasi opzione di governo tecnico, di fronte al Capo dello Stato ha di fronte a sé ha la possibilità di imboccare non una, ma ben due strade per poter continuare a governare nell'interesse del Paese: da una parte può tentare di allargare la maggioranza a tutti quei componenti moderati che intendono dare stabilità ad un Paese che, di fronte ai possibili attacchi della speculazione finanziaria, ha bisogno di una guida politica forte; dall'altra, se questo tentativo non dovesse andare a buon fine, può in ogni caso decidere di intraprendere, come extrema ratio, la via delle elezioni anticipate, una via che, se in questo momento è scongiurata solo e unicamente per motivi di congiuntura internazionale, l'alleanza Berlusconi-Bossi non teme affatto, anche perché le vicende politiche che si sono susseguite in questi ultimi mesi hanno confermato che, nell'area dell'opposizione, non esiste alcuna propettiva credibile da presentare agli elettori.
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