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Numero 476
del 22/05/2012
Scuola. Se tutto il mondo taglia PDF Stampa E-mail
! di Santo Scarfone
scarfone@ragionpolitica.it
  
mercoledì 15 dicembre 2010

aula_scolastica.jpg«Mentre tutti gli altri Paesi del mondo investono nella scuola e nella cultura, l'Italia decide di tagliare». Questo è il refrain che da mesi viene energicamente ribadito dalle piazze in subbuglio e dai banchi dell'opposizione. Gli avvenimenti di questi ultimi giorni ci dimostrano come la realtà sia diversa e come la crisi economica abbia imposto a quasi tutti i governi mondiali di operare una razionalizzazione della spesa pubblica anche nei capitoli riguardanti l'istruzione.

In Inghilterra James Cameron, all'interno del più grande piano di risparmi pubblici dal dopoguerra, ha triplicato le tasse universitarie portandole a circa 9 mila sterline, sei volte di più di quanto si paga in media nell'università italiana. A ciò si aggiunga il taglio di 490 mila dipendenti pubblici e una riduzione di spesa per la cultura pari al 41%. Viene maliziosamente da chiedersi cosa sarebbe successo in Italia se si fosse deciso di agire nella stessa direzione. All'esistenza di questa situazione in Inghilterra alcuni esponenti della sinistra hanno replicato facendo notare un ipotetico unico piano reazionario e classista da parte di due governi dalla stessa matrice ideologica. Questa tesi risulta alquanto balzana, perché porterebbe a ritenere appartenenti al conservatorismo europeo tutti quei primi ministri che intervengono, con atti di riduzione della spesa, nel mondo della scuola.

Tra i leader che, secondo questo ragionamento, andrebbero considerati conservatori, c'è allora anche il socialista Zapatero, il quale ha tagliato del 5% gli stipendi degli statali e ridotto i fondi per l'istruzione. A rimetterci sono state in particolare le scuole sperimentali come «O Pelouro» in Galizia, dove ragazzi con problemi si mescolano con altri di eccellenza in una struttura senza aule nè banchi e con orari e attività alternativi. Realtà come queste, da anni portate come modelli dall'intellighenzia italiana di sinistra, rischiano di chiudere nel bel mezzo di proteste di cui nessuno, tra coloro che puntano l'indice contro il ministro Gelmini, osa parlare.

Stesso rumoroso silenzio è stato riservato alle proteste di migliaia di studenti di college e high schools negli Usa. Se è vero, infatti, che il presidente Obama si è prodigato per lo sviluppo soprattutto della ricerca scientifica, bisogna comunque ricordare come la maggior parte dei fondi al sistema scolastico e universitario, che pure è in gran parte privato, venga rilasciato dai singoli Stati, i quali hanno per lo più operato delle riduzioni di spesa. Caso emblematico è quello della California, dove il governatore Arnold Schwarzenegger, replicando alle proteste contro l'aumento delle tasse a carico degli studenti e la riduzione delle classi e dei docenti, ha ribadito sconsolato la necessità improrogabile di tagli miliardari a tutta l'istruzione, al fine di ridurre il deficit.

Ai cantori del refrain iniziale non resta che invocare l'esempio della Germania. Andando però ad approfondire la situazione tedesca, ci accorgiamo che i fondi per l'istruzione sono stati aumentati dopo dieci anni di costanti riduzioni - a differenza dell'Italia, dove dal 1998 al 2008 la spesa per la scuola è aumentata di 10 miliardi - e, comunque, si è intervenuti riducendo il personale.

Tutto questo resoconto smentisce l'immagine che si vorrebbe far passare di un governo italiano che, unico al mondo, mortificherebbe la cultura e l'istruzione. La realtà è che la situazione economica internazionale ha imposto a tutti i Paesi sacrifici dolorosi anche nel capitolo di spesa che riguarda la scuola e l'università. Questo perché l'alternativa che adesso si pone di fronte ai Paesi europei non è tra ridurre o aumentare le risorse, ma tra contenere il debito pubblico, preservandolo dalla speculazione finanziaria, e la bancarotta. In una situazione drammatica come questa l'attegiamento tenuto dai ministri Tremonti e Gelmini è stato encomiabile, specie se si pensa al fatto che la situazione economica italiana era sicuramente tra le più complesse.




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