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Numero 476
del 22/05/2012
No Natale, no party! PDF Stampa E-mail
! di Aldo Vitale
vitale@ragionpolitica.it
  
venerdì 17 dicembre 2010

«A tutti gli eventi non saranno fatti canti religiosi, nel rispetto delle religioni di tutti, ma solo canti natalizi»: questo l'avviso esposto nella scuola Thouar di Livorno, come hanno riportato le agenzie stampa di lunedì 13 dicembre 2010. La natura sibillina dell'ammonimento, degna di ogni esercizio della forza oracolare di un Tiresia o dell'abilità vaticinante di una Pizia, è già di per sé indicativa del cortocircuito logico (ed ideologico) che sottende l'infausta iniziativa.

Cosa vuol dire che non si faranno canti religiosi, ma che invece saranno ammessi i canti natalizi? In base a quali criteri si possono distinguere le due categorie? E chi è chiamato a fare questa valutazione? E chi lo ha investito dei poteri idonei a tal scopo? E che cosa vuol significare questa differenza? I canti natalizi, essendo ciò che sono, cioè la celebrazione musicale di un evento religioso, il più importante della cristianità, non sono sempre e comunque religiosi per il sol fatto d'essere natalizi? Il natale di chi si festeggia quando s'intonano le note dei canti natalizi? Non è forse la nascita del Figlio di Dio, del Cristo, che si osanna in quegli spartiti oramai popolari e canticchiati anche soltanto a mente perfino dai più crudeli mangiapreti? Oltre queste semplici curiosità che andrebbero soddisfatte quanto prima, una su tutte, non ancora citata, s'impone: cioè quella relativa alla motivazione che giustifica un simile provvedimento dell'amministrazione scolastica dell'istituto più sopra citato.

Il provvedimento, infatti, è stato adottato per non mettere in essere comportamenti, gorgheggi e vocalizzi nel caso di specie, che fossero « lesivi della fede altrui». L'unica domanda che viene in mente è la seguente: se si devono rispettare le fedi altrui, perché non si possono intonare ritornelli natalizi e religiosi che sono una delle manifestazioni, probabilmente tra le più popolari e folkloristiche, della propria fede, cioè della cristianità?

Di più: se si vogliono e si devono tutelare le altre fedi, perché non avere il coraggio di andare fino in fondo, con coerenza e con determinatezza? Perché, cioè, non abolire le festività natalizie e religiose in genere? O meglio, perché non far sì che alle festività religiose possano partecipare, esercitando il costituzionalissimo diritto di professare la libertà di fede, della propria fede, soltanto coloro che vi si riconoscono?

Insomma, con parole più semplici: le vacanze le facciano solo coloro che credono nel Natale (così come il ferragosto - festa dell'Assunzione -, la Pasqua, Capodanno - che in pochi sanno essere una festa religiosissima del cristianesimo, molto difesa dalla Chiesa di tutti i tempi -, Santo Stefano, tutti i santi patroni cittadini e regionali ecc ecc ecc ) per poter al meglio seguire con coerenza e dedizione lo spirito della propria fede; tutti gli altri, cioè coloro che appartengono ad altre fedi, coloro che non credono, o, soprattutto, coloro che Deum Ecclesiamque in odium habent, si rechino a lavorare come nulla fosse, dato che per tutti costoro il Natale nulla è, o, addirittura, potrebbe arrecar lesioni insopportabili.

Esperimenti simili a quello in questione, vietare i canti, sono già stati presenti gli anni scorsi: il divieto di vendere presepi in alcuni noti centri commerciali di livello e diffusione internazionale; elidere le parole Gesù, Maria o Santo Natale da alcune canzoni religiose e natalizie; inserire una statuetta della Madonna con il chador in ossequio ai musulmani.

Il tutto, è evidente, si inserisce nella tanto pietosa quanto dannosa lotta al Cristianesimo, che in salse più o meno aspre si ripropone ad ogni piè sospinto. La circostanza sicuramente più incresciosa è che simili strafalcioni culturali prendano vita nelle scuole ad opera e per mano degli educatori, che invece per primi dovrebbero guidare verso la conoscenza e lottare contro i pregiudizi ideologici. Ciò che suscita sdegno, infatti, non è tanto l'incoerenza, non è tanto la superficialità, non è tanto la contraddittorietà, quanto piuttosto la sconsolante ignoranza di ciò che il Natale è e rappresenta, e le conseguenze primariamente giuridiche che da esso discendono come incontrovertibilmente comprovato sul piano storico. Se si può parlare di tolleranza nei confronti degli altri culti (pur non elidendo i diritti circa il proprio), se si può riferirsi ad una libertà religiosa cristallizzata secondo i paradigmi giuridici assurti nello Stato di diritto nelle forme così come le si conosce (pur senza dimenticare la giuridicità intrinseca del Cristianesimo in genere e del cattolicesimo in particolare), se si può predicare il rispetto degli altri e del loro credo (pur non rinunciando alla pretesa veritativa circa il fondamento della propria appartenenza cristiana), lo si deve proprio al Cristianesimo, cioè, in altre parole alla nascita di Cristo che si celebra, ricorda e festeggia durante il Natale. Gli esempi citabili, anche e soprattutto nel mondo culturale non cristiano e non clericale, sarebbero davvero troppi: sembra opportuno ricordare soltanto, en passant, ciò che Tzvetan Todorov ebbe a scrivere circa l'effetto più immediato, la lezione più diretta, il valore più inestirpabile che l'umanità apprese dopo l'avvento del Cristianesimo, cioè con la nascita di Cristo:«L'eguaglianza è un incrollabile principio della tradizione cristiana».

Del resto, se proprio si interroga la storia, si scopre che già nel VI secolo, Gregorio Magno, uno dei padri della Chiesa, 64° successore di Pietro, scriveva lettere dirette a garantire la libertà della fede altrui. Nel caso di specie, in diverse occasioni del suo copioso epistolario, ebbe a scrivere sulla illegittimità ed illiceità della conversione forzosa dei non cristiani, in particolare degli ebrei. Così, infatti, Gregorio Magno scriveva, ammonendoli severamente, nel giugno del 591 a Virgilio, vescovo di Arles, e a Teodoro, vescovo di Marsiglia: «Moltissimi uomini di religione ebraica, dimorati in codesta provincia e che sovente passano per Marsiglia per traffici diversi, ci hanno riferito che molti dei Giudei residenti da quelle parti sono condotti al fonte battesimale più con la forza che mediante la predicazione.[...] Temo che, o non ne derivi un'opera meritevole di premio, o - il che sia lontano da noi - ne consegua in qualche modo un danno per le anime che vogliamo salvare. Quando, infatti, uno arriva al fonte battesimale non mediante la dolcezza della predicazione, ma perché costretto, ritornando poi all'antica osservanza religiosa, muore in condizioni peggiori, proprio per il motivo per cui sembrava rinato a nuova vita. La fraternità vostra, quindi, induca con la frequente predicazione tali uomini piuttosto a desiderare di cambiare la vita precedente a motivo della dolcezza di chi insegna». Sarebbe più opportuno, allora, che i docenti che approvano simili iniziative, e che di sicuro a simili e future altre aderiranno, più che tutelare con metodi grotteschi ed esperimenti maldestri le false idee di libertà religiosa, si preoccupassero di apprendere prima ed insegnare poi le reali origini storiche, filosofiche, giuridiche, teologiche e magisteriali della libertà che vorrebbero veder tutelata. Solo così ci si potrà avviare verso una vera e non ideologica libertà di fede, poiché la libertà senza verità non è veramente libera e ben che meno liberamente vera.




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