È salito a 80 morti e ad un centinaio di feriti il bilancio ufficiale degli attentati che in Nigeria, la notte di Natale, hanno colpito le comunità cristiane di due stati federali, il Plateau e il Borno. Le autorità nigeriane hanno attribuito le stragi alla setta fondamentalista islamica Boko Haram, un gruppo nato nel 2002 con la missione di far adottare in tutto il paese la legge coranica, già in vigore in 12 stati del nord a maggioranza musulmana. Invece il 28 dicembre il sito web «Islamemmo.cc» ha pubblicato la rivendicazione da parte di una formazione, sempre fondamentalista islamica e vicina a Boko Haram, che si firma «Jama Atu Ahlu Sunnah Lidda Awati Wal Jihad», in italiano «Gente della Sunna, della Dawa e del Jihad». La «Sunna» raccoglie tutti gli atti e le parole del profeta Maometto così come sono stati tramandati nei secoli e costituisce, insieme al Corano, la principale fonte a cui attingono gli islamici per definire le norme di comportamento e le prescrizioni alle quali i fedeli si devono attenere. La parola araba «Dawa» vuol dire appello, richiamo e quindi, per i musulmani, indica l'opera di proselitismo al fine di diffondere la fede islamica, un dovere per ogni fedele. Infine, «Jihad» è il termine divenuto familiare dopo l'11 settembre 2001 nell'accezione di «guerra santa», in altre parole il legittimo uso della forza per sottomettere gli infedeli e i loro territori al dominio islamico, ma che viene usato anche per esprimere lo sforzo di condurre una vita esemplare che deve caratterizzare i musulmani devoti.
Senza dubbio il gruppo che rivendica gli attentati compiuti nei giorni scorsi in Nigeria intende jihad nel significato di «guerra santa» e nel comunicato pubblicato sul web, indirizzato a tutte le nazioni del mondo, annuncia di aver progettato altri attacchi, per vendicare «i crimini commessi contro i musulmani nel paese», e di essere intenzionato a proseguire la guerra fino alla vittoria.
Nel frattempo, tuttavia, si moltiplicano i commenti intesi a smentire la matrice religiosa degli attentati. Come sempre succede alla notizia di scontri tra islamici e cristiani in Nigeria, voci anche autorevoli spiegano che le comunità contendenti non si affrontano in nome di un credo, ma per affermare interessi economici e politici. Pastori e agricoltori si disputano con le armi sorgenti, pascoli e terreni fertili: lo fanno da millenni e il fatto che gli uni siano di fede islamica e gli altri di fede cristiana è irrilevante. Analogamente, la religione non c'entra quando lo scontro politico degenera in violenza, cosa che immancabilmente succede ogni volta all'approssimarsi di un confronto elettorale.
In effetti, talvolta è vero, così come è vero che al fattore religioso si associa sempre anche quello etnico in uno stato che conta oltre 250 tribù: per intenderci, nelle campagne della Nigeria centrale e settentrionale gli scontri spesso coinvolgono pastori islamici di etnia Fulani e Hausa e agricoltori cristiani di etnia Berom o Tarok. Le stesse etnie si danno battaglia per candidature politiche e cariche amministrative e, nei centri urbani, per il controllo di attività economiche redditizie.
Tuttavia, quando si aggrediscono dei fedeli raccolti in preghiera nei loro luoghi di culto, il fattore religioso non può essere minimizzato o addirittura escluso. A Maiduguri, nello stato di Borno, sono state incendiate due chiese la notte di Natale e sono state uccise sei persone che si trovavano al loro interno al momento dell'aggressione: una era un sacerdote. A Jos, nello stato di Plateau, le bombe sono state piazzate in zone della città abitate in prevalenza da cristiani e d'altra parte basta da sola la rivendicazione del gruppo islamico per confermare l'intenzione di intimidire la locale comunità cristiana. Se vi fossero dubbi sull'esistenza in Nigeria di una componente fondamentalista islamica, insofferente dei cristiani, il nome stesso del gruppo più agguerrito, Boko Haram, basta a fugarli: significa infatti ‘l'educazione occidentale è peccato'.
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