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Numero 476
del 22/05/2012
Il programma nucleare iraniano va interrotto PDF Stampa E-mail
! di Matteo Gualdi
gualdi@ragionpolitica.it
  
venerdì 07 gennaio 2011

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«Un tour organizzato dei rappresentati di alcuni paesi non può certo sostituire una reale e trasparente cooperazione», con queste parole P.J. Crowley, portavoce del Dipartimento di Stato Americano, ha commentato l’invito rivolto da Teheran ad alcuni governi, tra i quali non ci sono né gli Stati Uniti né i paesi europei del 5+1, a visitare nelle prossime settimane gli impianti di Natanz e Busher. Era stato Ramin Mehmanparast, portavoce del Ministro degli Esteri iraniano, a confermare martedì le indiscrezioni trapelate sui giornali nei giorni precedenti, chiarendo che l’invito di Teheran aveva lo scopo di dimostrare le buone intenzioni del governo iraniano, e la buona fede del suo programma nucleare, ma in realtà quella degli Ayatollah appare essere semplicemente la solita mossa mediatica utile soltanto a guadagnare tempo.

D’altra parte che sia pura propaganda lo dimostra il fatto che gli ispettori dell’AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, hanno già accesso all’impianto di Natanz da tempo, ma senza la necessaria collaborazione dei tecnici di Teheran è impossibile verificare lo stato e gli scopi del programma nucleare iraniano. Senza contare che l’unico impianto al quale per il momento non hanno accesso, quello di Arak, non sarebbe compreso nel giro turistico organizzato dal presidente Ahmadinejad. Senza alcun senso, invece, l’invito a visitare il sito di Busher, che è stato sviluppato ed è tuttora sotto il controllo di Mosca (quindi considerato dall’AIEA stessa assolutamente sicuro). Quello che si chiede a Teheran, quindi, non è tanto di aprire i cancelli dei suoi siti nucleari per una visita guidata da parte di qualche ignaro diplomatico, ma di collaborare pienamente con le autorità all’uopo preposte, e finora questa collaborazione non c’è mai stata. Da qui i diversi provvedimenti di sanzione dell’Onu contro Teheran.

Ma gli Ayatollah continuano nel loro intento e non dimostrano di voler fare passi indietro, come durante il recente incontro di Ginevra il cui unico risultato è stato un nulla-di-fatto. Ora, in vista di un nuovo round di negoziati che si terranno ad Istanbul a fine gennaio, Teheran tenta di bloccare ogni ipotesi di ulteriori sanzioni invitando Russia e Cina (entrambe membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con potere di veto), ma anche Egitto, Cuba i paesi della Lega Araba membri dell’AIEA, e persino l’Ungheria, in quello che Washington ha definito un «magical mystery tour». Fortunatamente laddove finora ha fallito la diplomazia, qualche risultato l’ha dato la guerra sotteranea combattuta a colpi di virus informatici e «black ops». I danni provocati dal virus Stuxnet ai computer Siemens in uso nelle centrali di Natanz e Busher, e l’eliminazione di numerosi scienziati, l’ultimo nel mese di novembre è stato Majid Shahriari, ucciso da una bomba mentre guidava la sua auto, hanno notevolmente rallentato i piani di Teheran. Non è un caso che proprio la scorsa settimana Moshe Yaalon, ex capo di stato maggiore delle forze armate israeliane ed attualmente vice primo ministro e ministro per gli affari strategici, ha annunciato che i report in possesso del governo di Gerusalemme indicano un ritardo di tre anni rispetto ai tempi previsti per la costruzione di un ordigno nucleare iraniano (inizialmente previsto per la fine del 2011). Una netta sconfitta per l’intelligence iraniana, ma non una disfatta.

Per quanto importanti possano essere i risultati finora ottenuti contro Teheran, ciò di cui c’è bisogno non è rallentare il suo programma nucleare, bensì fermarlo una volta per tutte. E purtroppo, da questo punto di vista la partita è ancora solo all’inizio.




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