 «L'Italia è per noi un partner di grande valore dall'Afghanistan al Medio Oriente, dalla Russia all'Iran fino al Corno d'Africa. Per noi nulla di questo è cambiato». Anzi, «l'importanza dell'Italia è aumentata nell'ultimo anno», e «il Ministro Frattini è stato un sostenitore dei rapporti bilaterali fuori dal comune». A pronunciare queste parole, nel corso di un'intervista rilasciata a Maurizio Molinari per il quotidiano La Stampa, è David Thorne, ambasciatore americano in Italia. Il quale, a sostegno di quanto già dichiarato nelle scorse settimane dal massimo rappresentante della diplomazia Usa, il Segretario di Stato Hillary Clinton, smentisce una volta per tutte le voci nate dopo la fuga di notizie di Wikileaks - e cavalcate strumentalmente dagli oppositori del governo - relative a un presunto deterioramento dello storico legame tra Stati Uniti e Italia. Niente di più infondato, secondo le nuove affermazioni di Thorne, il quale sottolinea che «non c'è mai stato momento migliore» nei rapporti tra i due Paesi, e che da qualche tempo «aleggia uno stato temporaneo di negatività dovuto soprattutto a Wikileaks». Tuttavia, nota ancora l'ambasciatore, per il governo Berlusconi, a Washington, «c'è grande apprezzamento», con la convinzione che «nei prossimi tempi vi saranno ulteriori sviluppi per rafforzare il dialogo fra le leadership» italiana e statunitense. Parole importanti, che contribuiscono ad allontanare ulteriormente lo spettro di possibili incomprensioni tra le due diverse diplomazie, eventualità rivelatasi priva di alcun fondamento, ma da alcuni paventata dopo il diffondersi delle notizie di Wikileaks. A tal proposito, l'ambasciatore Thorne non si è limitato a evidenziare l'eccellente stato di salute del rapporto di stima e amicizia che lega i due Paesi e i due governi. Con assoluta trasparenza, nell'intervista ha trattato alcuni degli argomenti che, dopo la fuga di voci, più sono stati utilizzati dall'opposizione, e da una certa stampa, per attaccare il governo Berlusconi. Non preoccupa più la vicinanza tra il Presidente del Consiglio e il leader russo Vladimir Putin, poiché «l'Italia è stata una forte sostenitrice del riavvicinamento con la Russia e questa è anche la posizione di Obama» e «vi sono stati progressi con la Russia che hanno migliorato lo scenario». Lo stesso vale per l'operato dell'Eni, che «ha cambiato il suo approccio, ipotizzando una convergenza fra gli oleodotti South Stream e Nabucco», dando vita a «una fase di dialogo costruttivo». Una analisi, quest'ultima, confermata dallo stesso Paolo Scaroni, amministratore delegato dell'Eni, che ha dichiarato che i documenti diffusi da Wikileaks erano «le opinioni di qualche funzionario, certo non rappresentavano la voce degli Stati Uniti». Si dissolve definitivamente, quindi, lo scenario apocalittico, dipinto dall'opposizione e dalla stampa disfattista, di un'Italia non più nelle grazie della prima potenza occidentale e del presidente Barack Obama, un alleato inaffidabile per il quale gli Usa avrebbero espresso preoccupazione. Niente di più falso, come peraltro ripetutamente testimoniato dalle tante parole di stima, anche personale, pronunciate dall'inquilino della Casa Bianca nei riguardi dell'Italia, ma soprattutto del suo governo e del suo capo Berlusconi, per la leadership dimostrata sul caso Afghanistan e in occasione del G8 de L'Aquila. La verità, con somma delusione di chi sperava diversamente, è che gli Stati Uniti «non hanno un amico migliore, nessuno che sostenga l'amministrazione americana con la stessa coerenza con la quale in questi anni Berlusconi ha sostenuto le amministrazioni Clinton, Bush e Obama». E per capirlo, non bisognava spulciare i file di Wikileaks, ma semplicemente ascoltare le dichiarazioni rese pubblicamente del Segretario di Stato Hillary Clinton, punta di diamante della diplomazia a stelle e strisce. Condividi questo articolo      
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