Com'era prevedibile, la Corte Costituzionale ha adottato una decisione in materia di legittimo impedimento che tutela al massimo un organo ben specifico del nostro ordinamento: se stessa. Era in qualche misura scontato e certamente non desta stupore, almeno alle nostre latitudini, che la Corte abbia formulato un parere il quale, in ogni caso, la mette prudentemente al riparo da qualunque critica possa provenire dall'opposizione.
Certo, ora resta da definire quale destino toccherà al referendum proposto dall'Idv e che oggi risulta come minimo ridondante. Auspichiamo che detto quesito referendario si dissolva nella sentenza di parziale accoglimento della Suprema Corte, in modo da risparmiare qualche centinaio di milioni di soldi pubblici (cioè nostri) per promuovere un inutile referendum ideologico, anche se la cosa susciterà il malcontento di un Gianni Vattimo, più imbronciato che mai, il quale invoca dal palco di Annozero il «mandato di cattura» immediato per il presidente del Consiglio. Pace. Ciascuno si lecca le ferite come meglio può e con la dignità che gli si confà.
Al di là del fatto che la Corte non abbia potuto smantellare l'impianto del provvedimento, come hanno ben rilevato Ghedini e Longo, difensori di Berlusconi, si riconferma, come sottolineato con durezza da altro, ma non configgente, punto di vista dal ministro Bondi, l'anomalia di fondo che affligge il nostro ordinamento da almeno vent'anni: in non rare occasioni il nostro Stato si configura come una Repubblica quadricamerale, con la Consulta a fare da terza Camera e il Csm da quarta.
La cosa positiva in sé, comunque, è che il principio del legittimo impedimento sia stato riconosciuto. Questa non si configura come una vittoria personale di Silvio Berlusconi o, sempre secondo l'ottimo Vattimo, come una «sconfitta clamorosa» del medesimo. Si tratta, semplicemente, del primo passo verso una ri-civilizzazione dell'assetto politico italiano, quindi, se proprio vogliamo, si tratta di una vittoria del popolo nella sua interezza, al di là del colore politico.
Certo, resta non adeguatamente disciplinato il vero punctum dolens della normativa: di volta in volta sarà il giudice titolare del procedimento stesso a valutare nel merito l'opportunità o meno del legittimo impedimento e, visti i precedenti, è poco utile farsi pie illusioni: se la presidenza di Berlusconi del vertice Fao a Roma lo scorso anno non è stata ritenuta «motivo sufficiente» per rimandare la convocazione del premier in udienza, è difficile immaginare che presiedere un «semplice» Consiglio dei ministri o un vertice di partito sia ritenuto motivo sufficientemente legittimo per posticipare un'udienza. Ed è proprio quella «valutazione nel merito» che fa un poco sussultare e disorienta, perché, di fatto, questa si traduce in un criterio di preminenza politica, da parte di un organo, la magistratura, che con la politica non avrebbe nulla a che spartire.
Ma, in concreto, sarà un giudice a decidere sull'importanza specifica dei singoli punti dell'agenda politica nonché sull'ordine di priorità che questi rivestono. E' davvero rispondente al dettato costituzionale, questo? Certamente non abbiamo la doviziosa competenza dei membri della Suprema Corte per rispondere adeguatamente. Altrettanto certamente il dubbio sorge spontaneo. Di sicuro una sentenza un tantino più virile avrebbe contribuito a generare maggior chiarezza costituzionale.
Così come incuriosisce che, a seguito dell'archiviazione del «caso Ruby» (caso?) il 12 gennaio, nemmeno trascorse 24 ore dalla sentenza di parziale accoglimento della Corte ecco che si riapre un filone di inchiesta (inchiesta?) inerente al medesimo soggetto. Forse è una coincidenza, forse no. Si ha comunque l'impressione che certa magistratura d'assalto stia vivendo i propri «ultimi giorni di Bisanzio», alla perenne ricerca di un altro «teste Omega» che risulti, se possibile, ancor meno credibile di Stefania Ariosto...
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