Il rilancio dello stabilimento Fiat è stato approvato con il 54% dei sì. I voti a favore sono stati 2736, mentre i contrari 2326 (45,95%). La vittoria del sì al referendum di Mirafiori mette finalmente il punto alla situazione. La proposta era netta, estremamente chiara: in gioco non c'era solo il posto di lavoro, ma il futuro di un'intera città. Torino questa mattina si sveglia diversa, fiduciosa; si specchia nelle strade di Detroit e si sente meno sola. La stessa Detroit dove s'incomincia a vedere l'impronta dell'ad di Fiat sul prodotto e sulla gestione dello stesso.
Che il mondo sia cambiato è ormai noto. Il posto di lavoro si mantiene aggiornando il metodo lavorativo: l'organizzazione del lavoro in Italia deve poter competere con il mondo. E' la globalizzazione che lo impone, spingendoci verso cambiamenti inevitabili. Senza l'innovazione, l'unica alternativa sarebbe la desertificazione, le città fantasma, la disoccupazione, il disagio sociale. Proprio questo aveva in serbo la sorte per Torino se avesse vinto il no. La negazione stessa del futuro.
La partita più drammatica si giocava comunque fuori dai cancelli di Mirafiori. Fra quei 70mila lavoratori dell'indotto Fiat resi impotenti davanti al destino che li ha legati al risultato del referendum. Loro si sono votati alla buona sorte. E in un certo senso devono ringraziare i colletti bianchi. Proprio questi lavoratori hanno contribuito a rovesciare le sorti di una consultazione che nella notte pareva destinata ad arenarsi su uno sciagurato e inconcludente no.
La conferma della vittoria dei sì è arrivata solo questa mattina alle 6.00. Ad urne chiuse restano nell'aria l'odore del fuoco acceso da militanti del no per bruciare le bandiere di chi si è schierato per il sì e l'aria pungente del mattino che rinfresca le idee. E dovrebbe contribuire a placare gli animi.
E' singolare come, nel nostro Paese, un uomo come Marchionne abbia spesso ricevuto insulti e minacce. Qualcuno ha certo dimenticato che nel 2004 fu proprio lui a salvare dal collasso Mirafiori. Luogo prescelto, data l'agonia del gruppo, per la costruzione di un parco giochi. Sergio Marchionne ha dato una speranza non solo a Torino e al Piemonte, ma a tutto il sistema Paese. Ha decisamente contribuito ad innovare e svecchiare il sistema delle relazioni industriali: questo modello consente un miglior utilizzo degli impianti e una crescita dei salari. All'ad di Fiat bisogna dare atto di essere un ottimo uomo di finanza. Ma con Mirafiori non ha certo giocato come fosse in borsa. Sa benissimo che la fabbrica è lavoro e che Torino non avrebbe senso senza lo storico stabilimento. Il referendum non è mai stato per Marchionne un motivo per disimpegnarsi con l'Italia. Semmai una richiesta legittima di una definitiva resurrezione per il comparto auto.
Colpisce invece chi (Fiom in testa) ha spinto il Paese verso il baratro. Con una politica sindacale giacobina, portata avanti a testa bassa senza preoccuparsi del fatto che si andava a sbattere contro un muro: quello eretto dalla realtà dei fatti. La vittoria dei sì ha come effetto benefico quello di sancire definitivamente la sconfitta della linea politica della Fiom. Sconfitta resa ancora più dura dal fatto che per rientrare in azienda la Fiom dovrà incassare il via libera dalle parti firmatarie. E questa concessione non è scontata.
Sono stati gli impiegati e parte degli operai a sconfessare le parole dei capi del sindacato più ideologizzato e vecchia maniera. Questi giorni a Torino la temperatura non è stata per nulla invernale. C'è stato ancora chi è riuscito a rendere incandescente la situazione a pochi giorni dal voto. Come il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, arrivato in una Torino dove gli operai hanno mostrato di non gradire certe attenzioni, soprattutto se concesse in una logica elettorale.
I lavoratori hanno dimostrato di non interessarsi molto al circo mediatico che li ha accompagnati in questi giorni, sfruttato abilmente da quei sindacalisti parolai ed inconcludenti che non si sono presi neanche la briga di proporre un «piano B». Tanto, ha ripetuto fino alla nausea la Fiom, «Marchionne non andrà mai via da Torino». Qualcuno dovrebbe invece spiegare loro che se Marchionne dice una cosa, la fa. Punto. Termini Imerese è un esempio.
Quanto successo ci insegna che è comunque il mercato a decidere le sorti di un'azienda. E' il mercato che impone scelte decise e definitive: come la vittoria del sì ha voluto confermare. E un'altra nota positiva arriva dalle scelte fatte dal governo: mettere fine alle vecchie politiche industriali, fatte di assistenzialismo con denaro pubblico, che di fatto porta più danni che benefici. Queste politiche ci avevano infatti inchiodato al palo, facendo dimenticare che la libera impresa così può solo morire. E non hanno permesso cambiamenti, chiudendo le politiche industriali in una riserva che destinava il Paese all'incapacità cronica di crescita e sviluppo.
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