Facciamo una premessa: l'apparato burocratico del Paese, quello assolutamente immune alle tornate elettorali, presenta in forma particolarmente virulenta la sindrome conservatrice, l'allergia alle riforme. La storia stessa, recente e meno recente, dell'Italia ce lo dimostra: a fronte di una compagine politica dotata di un leader carismatico e di una forza propositiva realmente innovatrice, l'apparato reagisce sempre e comunque alla stessa maniera. Ovvero generando anticorpi pronti ad aggredire senza quartiere e al di fuori di ogni regola tutte le forze riformatrici e, in quanto tali, potenzialmente compromissorie dello status quo.
Fissità ed immobilismo sono gli elementi fondanti, la carta d'identità - per così dire - del burocratismo italico, un moloch che non ammette ingerenze ed interferenze di sorta. Un moloch estremamente radicato e potente, che dispone di mezzi tendenzialmente illimitati per preservare la propria preminenza e che pretende da parte della politica sudditanza assoluta. A scapito del cittadino, ovviamente. Un moloch il cui nemico numero uno, col quale da quasi vent'anni ingaggia una lotta all'ultimo sangue, è Silvio Berlusconi.
Questo perché Silvio Berlusconi, e con lui tutto il popolo che lo ha votato, ha un progetto politico organico e realmente innovatore. Un progetto politico che, qualora venisse portato a compimento, scardinerebbe, e per il meglio, tanti polverosi e nocivi assetti del nostro Paese. E' ovvio che, di fronte ad una prospettiva di questo tipo, l'apparato reagisca: prima attraverso l'interdizione sistematica, forte di quegli strumenti in apparenza legittimi che subordinano ogni decisione politico-programmatica al vaglio di organi che politici non sono. Quindi attraverso l'attacco belluino e subdolo alla persona, al fine di demolirne credibilità e immagine.
Non lasciamoci trarre in inganno: l'attacco a Berlusconi non è solo configurabile come aggressione personale ad un uomo. E' l'offensiva finale verso un'intera visione politica e verso un intero popolo. Perciò la questione, contrariamente a quanto molti vorrebbero farci credere, non è assolutamente incentrata sulla moralità o meno di putative condotte di vita: per rispondere ad ingiuriose supposizioni di tal fatta basterebbe pensare a quale tipo di Stato ci regalerebbero i «moralizzatori», per i quali è assolutamente pacifico disporre l'intercettazione sistematica di centinaia di utenze telefoniche. In assenza di qualsivoglia ipotesi di reato ma ispirandosi al principio (antigiuridico) del «legittimo» sospetto: sei il presidente del Consiglio, quindi per forza di cose hai commesso un reato. E' il ribaltamento totale - e ripetiamo, antigiuridico - di un principio chiaramente espresso nel nostro ordinamento: la presunzione di innocenza. E' questo, quindi, il mondo «pulito e rinnovato» che la longa manus dell'apparato ci farebbe subire: controllo sistematico e ingerenza illimitata nelle nostre vite, pure negli aspetti più intimi e discreti delle medesime, per il semplice fatto che abbiamo ricevuto un invito a cena, perché abbiamo trascorso le vacanze con la persona «sbagliata», perché al bar abbiamo riso per una barzelletta pruriginosa. Siamo oltre la legge sui sospetti di giacobina memoria, la quale almeno prevedeva che l'accusa di tradimento fosse formulata da almeno due cittadini di provata fede patriottica e, quindi, credibili: in Italia si dà credito alle mormorazioni di soggetti la cui credibilità è a dir poco dubbia.
Provate a pensare, inoltre, al contenuto medio della memoria di qualunque cellulare, in particolare il vostro, o alle conversazioni che quotidianamente fate. Immaginate come potrebbe interpretare un giudice qualunque le conversazioni che intrattenete con il vostro partner, i messaggi che inviate, i commenti che fate con un amico o, ancor più banalmente, una conversazione riservata col vostro capoufficio. State pur certi che materiale per aprire un'indagine sulla vostra presunta pericolosità sociale ne salterebbe fuori a bizzeffe. E questo presumendo che non siate mitomani conclamati. Non c'è bisogno di scomodare Max Weber o altro sociologo del linguaggio per comprendere come sia facilissimo sfruttare a proprio uso e consumo informazioni di questo tipo (soprattutto se carpite in maniera subdola) decontestualizzandole.
La strategia risulta pedissequamente sempre la stessa: in virtù del principio aprioristico di presunta colpevolezza si dispongono intercettazioni a pioggia, quindi, prima ancora che sia verificata l'attendibilità o meno del materiale intercettato, se ne dà immediata pubblicità a mezzo stampa, adducendo la farlocca scusa della «fuga di notizie». L'effetto mediatico è garantito, così come è garantito il coro vociante di quanti fanno a gara a chi è più «presentabile» e invoca dimissioni, gogna e forca, nell'auspicio di poter così ottenere un ruolo che le urne hanno attribuito ad altri. Che importa se, a distanza di poche settimane come sempre è accaduto, tutto si risolve in una bolla di sapone? Davvero basta dire «scusate, ci siamo sbagliati»?
Con tutta evidenza, pertanto, non stiamo parlando di una semplice battaglia giudiziaria, bensì di un'offensiva prettamente politica. L'ultima forse, vista la violenza e l'approssimazione con cui è stata scatenata, in sospetta concomitanza, per altro, con la sentenza della Consulta sul legittimo impedimento. Ci consoli sapere che spesso il colpo menato con troppa fretta e violenza sbaglia clamorosamente il bersaglio: è l'ultima, rabbiosa reazione di un apparato che sente avvicinarsi con tutta evidenza il redde rationem. E con ragione.
Condividi questo articolo      
|